I sàmina


 

Dai contorni nemmeno tanto definiti, pur essendo connotati da caratteristiche umanamente forgiate che li contenevano e li rendevano comprensibili alla mente questi elementi spesso finivano per fondersi e confondersi. In natura essi erano infatti un tutt’uno, neutrali, energia pura, ma il limite umano e mortale della mente insisteva nel tenerli separati, vivi in una perenne antitesi, per potersi permettere di assumere una posizione nei loro confronti.

 

Era stato seguendo questa logica che il gioco di ruoli della magia aveva generato dei mostri.

 

Non che lo fossero veramente. Si trattava solo di persone con doni speciali, capacità uniche derivanti da legami intimi ed esclusivi con l'energia del mondo, in loro più profondi e percepibili che negli altri.

 

I mostri erano stati chiamati sàmina.

 

Non erano stregoni, non ancora. Non risiedevano nella fortezza di Andòrax che sorgeva sull'isola omonima e che aveva ospitato per secoli generazioni di stregoni.

 

Gli stregoni, nonostante il loro legame con la magia dai più considerato empio, erano persone con il dono che si erano liberamente vincolate al non utilizzo del potere, sacrificandosi a una vita di pura conoscenza, alla neutralità assoluta che la natura insegnava, l'abbandono della quale avrebbe portato con sé dolore e sofferenze fisiche e interiori inimmaginabili, punizione per la disobbedienza.

 

Lo stregone aveva da secoli rappresentato nell'immaginario collettivo di Alghend qualcuno che non aveva ceduto alla tentazione del potere, al desiderio di dominare gli altri, e si era auto imposto invece delle solidissime catene che lo immobilizzavano e lo rendevano fondamentalmente inoffensivo. Perché il vero problema non era mai stato quel legame speciale del sangue con la magia invisibile del mondo, ma l'utilizzo di quel legame, le azioni che veicolava e i gesti che minacciava.

 

Questa minaccia rappresentata dalla magia trovava nei sàmina la sua perfetta incarnazione – in tutti coloro che non erano stregoni e che implicitamente rifiutavano il limite ristretto della neutralità e si ribellavano a quell’idea di ordine. Non erano rari i casi di sàmina che si erano redenti e avevano accettato il ruolo di custodi imparziali, ma la maggior parte di loro rimaneva tale per tutta la vita – breve o lunga che fosse. Chi riusciva nell'intento arduo di nascondere il proprio dono si salvava dall'essere marchiato con il ferro incandescente della S che lo avrebbe identificato per sempre agli occhi del mondo come pericoloso, malvagio, reietto. Imparare a dissimulare la propria natura e soffocare quello che era un istinto innato era la prima lezione che ogni sàmina doveva assimilare e implicava uno sforzo di volontà che il più delle volte il soggetto sottovalutava; la magia trovava infatti semplicemente un altro modo per manifestarsi, portando la persona anche sull'orlo della pazzia. Alla fine, chi sopravviveva alla follia, al marchio e alle umiliazioni che la comunità imponeva – quasi come una meritata punizione per quella non umanità, che pur non era stata scelta – viveva ai margini della società, privato della possibilità di un lavoro onesto, di una vita serena e normale, spinto pertanto a delinquere e sopravvivere di espedienti.

 

I sàmina erano individui fondamentalmente isolati, asociali, scostanti e solitari, che difficilmente si riunivano per vivere in gruppo. Non riponevano la loro fiducia in nessuno – né nei loro simili, né nelle persone normali – tranne che in quella vita in ombra che trascorrevano in perenne fuga. Fuga dalle persone senza il dono, dal rischio del linciaggio, dalla prigione, ma soprattutto da se stessi. La non accettazione del dono, veicolata in primis dal comportamento comunemente diffuso in tutte le città e i paesi e da una mentalità strenuamente chiusa e pregiudizievole, aveva alla fine indotto i sàmina a vedere quel potere speciale come nient’altro che una condanna, una maledizione, un morbo appestante, e quindi a odiare se stessi e di riflesso le persone considerate normali che potevano godere di quella vita che a loro era negata. Un comportamento autodistruttivo che in svariati casi portava i sàmina verso depravazioni devastanti e al suicidio come soluzione unica e liberazione definitiva.

 

Come Armin aveva avuto modo di comprendere sempre meglio durante il suo soggiorno ad Andòrax assieme a Élian, le persone con il dono, marchiate o meno da quella S di terrore, potevano trovare nella fortezza di Andòrax rifugio e protezione, ignare del destino che le attendeva nel momento in cui valutavano di abbracciare la neutralità. Perché così come la magia decideva in chi manifestarsi, era sempre la magia a compiere una selezione naturale fra i propri prescelti. La consacrazione a stregone implicava affrontare il dilemma di vivere o morire: così la natura coltivava il suo campo e coglieva il grano maturo separandolo dalla gramigna secondo regole sconosciute.

 

Nel corso della storia di Alghend persecuzioni cruente e spietate ai danni dei sàmina non erano mancate e si erano alternate a periodi più o meno pacifici e calmi durante i quali la convivenza fra chi era nato con il dono e chi non lo era accennava una seppur flebile parvenza di possibilità. Ignorandone l'origine e ogni altra cosa che lo riguardasse, la gente comune credeva in maniera semplicistica e riduttiva che il dono si trasmettesse per linea di sangue di padre in figlio come il colore degli occhi o dei capelli, come una malattia, pertanto quando ne aveva avuto l'occasione ed era stata appoggiata tanto dalla legalità quanto dalla religione, aveva perpetrato barbare uccisioni, cacce all'uomo e torture di sàmina oltre ogni umana concettualizzazione.

 

In realtà, nessuno, nemmeno gli stregoni stessi, sapeva come agiva la magia e come sceglieva le persone. Era un dono, appunto; qualcosa che accadeva e basta.

 

Molte volte il sangue aveva effettivamente giocato un ruolo non marginale nella trasmissione del legame magico, ma i casi di sàmina che concepivano figli tra di loro o con qualcuno che non avesse il dono si erano ridotti sempre più fino a scomparire. Nessuno desiderava avere a che fare con loro, men che meno avere rapporti fisici così intimi da rischiare di dare alla luce una progenie il cui destino sarebbe stato inevitabilmente segnato.

 

Chi nasceva con il dono era quindi un predestinato.

 

Da una cinquantina di anni i sàmina venivano ignorati. Ci si trovava in una fase storica di transizione, una fase in cui la Profezia di Andòrax si era compiuta e Armin era diventata quattro anni prima la nuova Signora della Fortezza. Le voci sulla sua comparsa si erano diffuse in ogni angolo delle terre dell’ovest, generando nella gente comune curiosità e stupore. A volte timore. A volte rabbia.

 

I religiosi la combattevano, supportati dai cavalieri di Mizhar e Ilyash ancora capeggiati da Shimon. Il Sommo Cavaliere non aveva abbandonato il proprio obiettivo di eliminare gli erdemiani, ora più forti e numerosi grazie all’appoggio dagli ordini di cavalieri di Efyle e Ihssa, e soprattutto Armin, nella quale vedeva un pericolo alla stabilità delle regole del mondo e un rischio del ritorno in massa degli stregoni.

 

Le sue preoccupazioni erano fondate. Armin si stava dimostrando una donna con idee precise e rivoluzionarie rispetto alla storia degli stregoni conosciuta al tempo. Accoglieva i sàmina – marchiati o meno – che si presentavano alla porta della fortezza, ma progettava dell’altro. Credeva che sàmina e stregoni potessero convivere, ognuno con le proprie scelte, senza combattersi o odiarsi. Che potevano aiutarsi.

 

Pur all'oscuro dei suoi piani, in lei Shimon vedeva una minaccia da un lato al proprio dominio sulle armate di Alghend e dall’altro al controllo che la religione aveva sulle anime. Una minaccia che doveva essere fermata.