Rifiuto e accettazione

Rejection and acceptance


Sinossi

Nel freddo inverno di Alghend gli eserciti di cavalieri e i loro alleati marciano contro le truppe di Shimon per affrontarsi in un'ultima, decisiva battaglia: per Darsow, Gawell, Varsha e tutti gli erdemiani si tratterà di un massacro o di una sofferta vittoria?

Nel frattempo, le donne sono costrette loro malgrado a un'attesa logorante, rinchiuse fra quattro mura di pietra. Accanto alla madre di Varsha, Armin osserva crescere suo figlio dentro di lei nella speranza che Varsha torni sano e salvo, in tempo per vederlo nascere, mentre sulle montagne inospitali di Graell e fra la sua gente altrettanto aspra Keyla combatte contro i sensi di colpa...

Un lungo viaggio nell'oscurità è iniziato, un viaggio reale e interiore che trascinerà ciascuno a suo modo dentro il buio dell'anima.

La primavera e la fine della guerra rappresenteranno un nuovo inizio oppure l'ennesimo viaggio nell'oscurità?

La Profezia di Andòrax si è davvero avverata quattro anni prima con l'arrivo di Armin?

Rassegnazione e accettazione sono le due emozioni con cui tutti i protagonisti si trovano a dover fare i conti, fuga e ritorno il movimento ipnotico in cui sono intrappolati, vittime di un'oscurità che dal profondo dell'anima si proietta sul mondo esterno per fagocitarlo.

Nelle mani di chi risplenderà la luce in grado di dissipare l'oblio che si nasconde sotto il marchio dell'albero?

Synopsis


Prologo

Prologue


Conoscenza senza utilizzo, sapere senza decisione.

La Regola era esistita prima dell'Ordine, prima ancora che le parole che vincolavano l'energia degli elementi al volere umano, e quindi alla scelta, avessero assunto forma e da lì sostanza.

La Regola rappresentava il verbo indiscusso per uno stregone: era il vincolo che lo imbrigliava e assieme la libertà che lo allettava, era la prigione in cui veniva rinchiuso e che fungeva da scudo al desiderio.

La Regola era giustificazione e pretesto, ma costituiva anche il peso dell'immobilità: quell'immobilità a cui la magia forzatamente costringeva la natura umana consegnando il potere degli elementi e la loro conoscenza nelle mani di pochi eletti.

La Regola imponeva la contemplazione del potere mentre contemporaneamente l'istinto lottava per esercitarlo, per agire e così, inevitabilmente, per interferire, facendo pendere l'ago della bilancia verso una pericolosa catastrofe. Perché la Natura non interferiva mai: seguiva il suo corso lasciandosi trasportare con consapevole rassegnazione dall'innato fluire delle cose, abbandonandovisi con una sorta di sollievo, quel sollievo che derivava dal non dover prendere decisioni e che la natura umana pertanto non conosceva, costantemente combattuta tra la mente e l'impulso. La Natura insegnava ed esigeva dai suoi custodi il distacco, il superamento del giudizio di ciò che era bene e di ciò che era male.

La padronanza del verbo era ciò che distingueva gli stregoni dai sàmina, in cui invece il dono agiva assecondando niente più che il pensiero e l'istinto. Proprio nelle parole della magia si concretizzavano le catene della Regola, che avevano le loro radici simboliche in quelle più che concrete dell'albero cesellato sul dorso delle mani dello stregone. Condannato suo malgrado a una vita di conoscenza, di osservazione, di superiore distacco, se lo stregone avesse ceduto all'utilizzo ad ogni parola pronunciata quelle radici ne avrebbero pian piano penetrato l'anima, l'avrebbero cercata senza tregua, imbrigliandola per poi trascinarla a fondo... per trascinarla sotto quel suolo da cui la magia stessa ricavava nutrimento e al quale si legava tramite la consacrazione... per trascinarla dentro una terra fredda e nera – quella terra che era al tempo stesso ventre e tomba degli uomini – e rivelare così come ultima cosa il volto oscuro della Natura, il volto della punizione... fino all'annientamento.

L'equilibrio andava mantenuto a scapito di sacrificare chi non si dimostrava abbastanza forte per sostenerne il peso; le radici che davano nutrimento erano sempre pronte a trasformarsi nelle funi di un patibolo.

Era la doppia natura dell'albero, linfa e veleno del dono, procreatore di vita e allo stesso tempo indifferente carnefice.