La setta delle vergini / The virgins' sect

 

WORK IN PROGRESS

Folklore e superstizione giocavano a rincorrersi all'ombra delle piante nei boschi secolari, fra gli scricchiolii indecifrabili dei rami e i sussurri delle fronde accarezzate dalla brezza che si mescolavano alle voci misteriose, vere o presunte, che si diceva riecheggiassero in quei luoghi solitari e dimenticati, fra il brusio delle credenze popolari che non avevano mai smesso di bisbigliare di bocca in bocca simili al perenne, discreto fruscio delle foglie degli alberi, quando il tocco del vento le lusingava ruvidamente nella luce morente del tramonto e in quella speranzosa dell'alba. Assieme a loro, il vento mormorava di antiche usanze considerate pagane, frutto di paura e venerazione, mai estirpate del tutto dalla chiesa dei cavalieri. La paura aveva creato il mito, il mito era diventato superstizione e con il tempo si era trasformato in tradizione, indiscussa e inattaccabile, parte integrante della vita come l'alternarsi perenne e inviolabile delle stagioni e delle età dell'uomo. Perché sopravvivesse, il mito era stato perpetrato nell'ombra, nei gesti segreti ed esecrabili condannati dai più come follia e disumanità eppure mai veramente abdicati, gesti che spingevano ad abbandonare le neonate o le fanciulle ancora in tenera età ai piedi di un albero di sambuco, albero sacro alla Dea Madre.

 

Là si credeva che le fate sarebbero arrivate a prendere le bambine che erano state lasciate indietro perché segnate dal dono, e per questo come l'albero sacre alla Dea stessa.

 

Là si determinava il loro destino, del quale da quel momento in poi si perdevano le tracce per sempre, rapite nel silenzio sacro del mito e della paura, protette da un mondo di uomini, inviolate e sacre...