Libro 1                    Il ritorno del Nahysmi

...le scelte


Book 1                 The return of the nahysmi

...choices




Sinossi

In un medioevo dominato dall'acciaio e dalla forza, la magia che ruota attorno ai quattro elementi naturali – acqua, terra, fuoco e aria – sembra essere stata ormai dimenticata.

È ora che i destini di una giovane donna alla ricerca del proprio passato e di un uomo in fuga dal suo si incrociano in modo enigmatico e ineluttabile sotto il segno misterioso dell’antica profezia di Andòrax. Ultimo capo dell'Ordine di stregoni, Andòrax ha consegnato al mondo la sua visione prima che i custodi neutrali della conoscenza venissero sterminati duecento anni prima.

È l'eco di quella stessa profezia che risuona nei sogni di un viaggiatore solitario - Élian, unico sopravvissuto alla strage degli stregoni - e lo spinge nel suo anonimo vagabondare fino ai confini di Gwynnèlas, leggendaria città del Dio. Qui la profezia di Andòrax mette Élian di fronte al temuto segno del nahysmi, elemento supremo.

È nello scontro aperto divenuto ineluttabile che Élian e i cavalieri ribelli suoi alleati comprendono le vere ragioni dell'arrivo del nahysmi...

Le scelte compiute da ciascuno cambieranno il destino di tutti.

L'equilibrio di Alghend si trova pericolosamente in bilico fra la schiavitù e la rinascita.

 

Synopsis

In a medieval world ruled by steel and force, the magic based on the four natural elements - water, earth, fire and air - seems long forgotten.

It is now that the paths of a young woman in search of her past and a man running away from his own cross in an enigmatic and unavoidable way in the mysterious shadow of the old Prophecy of Andòrax. Last leader of the Warlock's Order, Andòrax shared his vision with the world before the unbiased  keepers of knowledge were killed two hundred years ago. It is the echo of that same prophecy that resounds in the dreams of a lonely traveller - Élian, the only survivor of the warlock killings, and leads him in his anonymous wandering to the borders of Gwynnélas, the legendary City of the God. Here the Prophecy of Andòrax forces Élian to face the feared symbol of the nahysmi, supreme element.

It is in the open, now inevitable battle that Élian and the rebel knights who support him begin to understand the real reasons for the return of the nahysmi...

Each one's choices will change everyone's destiny.

The balance of Alghend is hanging dangerously between slavery and a new beginning.



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Prologo

Fin dove il ricordo era in grado di spingersi, là dove le storie avevano iniziato a prendere forma sulla bocca dei vecchi e le leggende a proliferare, alimentate dai viaggiatori, da sempre
erano esistiti i Guardiani degli elementi.
Nahìma.
Un tempo elfi.
Custodi degli elementi su cui si fondava il mondo – acqua, terra, fuoco, aria – si trovavano alla base dell’ordine delle cose e dell’organizzazione del tutto. Incarnavano la natura stessa di quegli elementi e ne occupavano il corpo mortale. La respiravano. Se ne nutrivano e ne venivano nutriti. Attorno a loro gravitava l’equilibrio, la ruota perenne e immutabile della ciclicità, del tempo, della vita.
Quando l’equilibrio veniva minacciato, allora interveniva il caos, che portando distruzione creava le basi per la nascita di un nuovo equilibrio e di nuovi nahìma.
La devastazione arrivava con l’elemento quinto, ultimo e primo, supremo padrone del mondo, nucleo e alito vitale: l’elemento che a differenza degli altri non dominava la materia plasmabile di cui erano fatte le creature viventi bensì l’immateriale, l’invisibile, eppure ciò senza il quale niente avrebbe avuto vita.
Nahysmi.
L’anima.

Prologue

As far as memories could go back to, when stories had begun to take shape on the mouths of the old and legends spread, fostered by travelers, the Guardians of the elements had always existed.

Nahìma.

Once, elves.

Keepers of the elements the world was based upon – water, earth, fire, air – they stood at the basis of the order of things and at the organization of everything.

They embodied the nature of such elements; they haunted its mortal body. They breathed nature. They fed from nature, and they fed nature themselves. The balance gravitated around them, the everlasting and unchanging wheel of cyclic nature, of time, of life.

Chaos took action when balance was in danger: through its destruction it created the basis of a new-born balance as well as new nahìma.

Destruction arrived with the fifth element, both first and last, master, inner core and living breath of the world. The element that, unlike the other four, did not dominate the pliable substance living creatures were made of, but instead the immaterial, the invisible, but nonetheless that which life could not exist without.

Nahysmi.

The soul.



Estratto dal cap. 1 "L'arrivo"

Solo un pugno di case era visibile sulla cima della collina chiamata Gwynnèlas da cui traeva nome la città stessa; case che davano l’impressione di essere la chioma abbagliante di un albero gigantesco, colorata, brulicante di vita, che si stagliava contro l’azzurro del cielo e riempiva la vista là dove ci sarebbero dovute essere solo alture vellutate. Così infatti si presentava la maggior parte delle colline circostanti – verdi, spoglie di qualunque segno di civiltà umana, una pura distesa di terra e vegetazione. Ma su quell’unica collina più alta una macchia variegata rammentava che proprio lì sorgeva una città, l’unica città che si poteva incontrare per chilometri e chilometri in quel territorio montagnoso. Solitaria, isolata, costruita sulla collina al centro di una serie infinita che le ruotava attorno come una corona, come una guardia reale impettita chiamata in sua difesa.
La bruma del mattino saliva dalla valle inerpicandosi lungo i pendii nel tentativo di raggiungere quel pugno di civiltà e avvolgerlo con dita inconsistenti, ma pur provandoci ogni giorno non ci riusciva mai, come se la città stessa avesse avuto delle mura invisibili che tenevano lontano il pallore spettrale del mattino. La bruma finiva per restare poco al di sotto riempiendo
invece rabbiosamente le valli come un mare, un’ondeggiante distesa bianca la cui superficie si increspava sotto il tocco gentile del vento. Per il curioso effetto che veniva a crearsi e che rendeva quella città come sospesa sulle nuvole era quindi chiamata dai suoi abitanti e conosciuta nel resto del mondo come la Città Sospesa: Gwynnèlas, appunto, nella lingua madre.
Gwynnèlas non era una città fortificata. Nessuna cinta di mura la circondava. Eppure, nonostante questa apparente mancanza la città era irraggiungibile. Chiunque si fosse avventurato in quella zona senza avere una seppur minima conoscenza del territorio avrebbe vagato per settimane senza incontrare traccia di vita umana. La bruma pesante che avvolgeva le valli avrebbe disorientato presto il viandante rendendolo cieco e inerme, ignaro che sopra la sua testa, sopra quella cortina bianca umida e fastidiosa, la città di Gwynnèlas si crogiolava sotto i raggi benevoli del sole.
Si raccontava nelle antiche leggende che quando il Dio creò Alghend tra tutte le città e i regni a cui diede vita la sua preferenza andò proprio a Gwynnèlas: per questo decise di nasconderla dal resto del mondo immergendola nella nebbia scaturita dal suo fiato divino, con lo scopo di tenerla gelosamente per sé. Per la sua bellezza indomita e le virtù dei suoi abitanti le elargì dei doni speciali e allargò su di essa la sua benedizione. In molti credevano che si trattasse solo di un mito, che quella città neppure esistesse dato che nessuno di coloro che si era avventurato alla sua ricerca era mai ritornato per raccontare di essere riuscito nell’impresa. Non che la Terra dei Colli fosse un territorio ostile; in realtà, si trattava semplicemente di una vasta zona collinare che sprofondava nella nebbia. Non esistevano vie tracciate che la attraversavano; la vegetazione era ricca, prosperosa, intatta. Qualche vecchio abitante di Alghend narrava ancora con voce sognante che solo una volta ogni decina di anni circa la bruma svaniva completamente dalla Terra dei Colli, quasi risucchiata dall’alto, e solo allora Gwynnèlas compariva in lontananza su quella collina lontana, esposta agli sguardi. La maggior parte delle volte la storia veniva accantonata con un gesto distratto della mano da chi era rimasto ad ascoltare e relegata come altre nello scrigno ormai pieno zeppo delle leggende nate per incoraggiare le speranze, per alimentare i sogni.
Quella mattina d’autunno inoltrato un sole abbagliante si rifletteva nei vetri delle case creando riflessi e lampi di luce. Il cielo sopra Gwynnèlas era di un azzurro terso, interrotto solo da qualche nuvola solitaria. L’aria era frizzante, tagliata da folate di brezza fredda che cedevano poi il posto al tepore del sole. Dalla sommità di una delle tante colline, una delle più vicine a Gwynnèlas, era questo il panorama che si presentava alla figura solitaria che osservava. Davanti ai suoi occhi, la leggendaria città splendeva come un gioiello, nitida e reale.
Assestò un colpetto nei fianchi del cavallo e questi si mosse, iniziando a scendere lungo la collina con andatura lenta e tranquilla. Il suo cavaliere stringeva le redini in una mano senza dare l’impressione di condurre l’animale, mentre con l’altra si teneva stretto il mantello attorno al collo perché l’aria fredda che gli si infilava dentro gli abiti e gli solleticava la pelle in un gioco dispettoso lo irritava. Si trattava di un uomo dell’età di circa quarant’anni umani. Il viso giovanile, coperto da una barba incolta, possedeva tratti regolari e pelle chiara; era velato di una serietà e di una compostezza che si riflettevano nei grandi occhi di un color turchese talmente chiaro da sembrare trasparenti. I lunghi capelli castani all’altezza delle tempie erano raccolti in tre lunghe trecce per lato che, partendo dall’attaccatura dei capelli, si annodavano tra loro dietro al capo in una coda che gli arrivava a metà schiena. Il resto dei capelli era sciolto. Nessuna traccia dell’età li sfiorava.
Il cavallo discese lentamente lungo il pendio e si tuffò nella bruma pesante. Procedeva sicuro lungo un percorso che nemmeno esisteva, se non nel suo istinto. Trasportava il suo cavaliere con fierezza, gloriandosi di essere l’unico a conoscere la via che conduceva a Gwynnèlas, alla città del Dio. Era un cavallo grande; il pelo lucidissimo era di colore marrone scuro tranne che per un ciuffetto di peli bianchi che spiccava nel mezzo della fronte. La lunga criniera scendeva ai lati del collo e in parte attorno agli occhi. Sbuffava a tratti come se ridesse; il respiro si condensava in fini nuvolette che restavano sospese per un attimo nell’aria fredda attorno al suo naso prima di dissolversi. Le orecchie scattavano a intervalli, avanti e indietro. La testa ciondolava pigramente, come se quella cavalcata gli risultasse noiosa.
Il mattino trascorse nella tranquillità delle colline, tra gli alberi alti, verdeggianti, il fruscio discreto delle foglie, il cinguettio degli uccelli o il sinistro, lontano gracchiare di un corvo. A parte quei suoni isolati, la quiete più totale li avvolgeva. Il tempo sembrava avere cessato di esistere, smarrito in quel limbo bianco privo di consistenza. Sopra di loro non il cielo, ma ancora
quel biancore, reso più fulgido dal riflesso della luce sovrastante. Il rumore che arrivò alle orecchie dello straniero fu sommesso, un'eco lontana e quasi irreale. Era impossibile capire da che parte arrivasse. Tutt'attorno non si distingueva altro che la nebbia umida e cieca. I sensi intontiti, l'uomo fece fermare il cavallo e attese che il rumore di zoccoli, che si approssimava sempre più, prendesse forma.
Due ombre si delinearono infine alla sua sinistra. Procedevano al trotto, decise ma senza fretta. Due cavalli, due cavalieri. L'uomo li osservò mentre perdevano i contorni sfumati per diventare reali. Gli uomini indossavano dei pettorali di cuoio indurito al di sopra di spesse giubbe imbottite che li coprivano fino al collo; niente spallacci, solo delle protezioni per gli avambracci e dei robusti guanti di pelle dura, calzoni e stivali. In testa portavano un elmo aperto di acciaio lucido, senza visiera; una celata si allungava sugli occhi, che sormontava seguendone la forma ad arco per poi allungarsi a protezione del naso, interamente coperto. Dallo zigomo l'elmo proseguiva lungo un'invisibile linea morbida assumendo la foggia di un'ala che avvolgeva la mandibola fin quasi a congiungersi sul mento con la sua parte speculare. I cavalli erano dotati di una semplice sella di cuoio priva di bardature. I due uomini raggiunsero lo straniero con rapidità e gli si fermarono proprio di fronte, sbarrandogli la strada. La freddezza e la risolutezza che li animava erano quasi tangibili. Così da vicino, l’uomo poté osservare le spade che pendevano al loro fianco, più simili ad attrezzi da lavoro che ad armi da combattimento vere e proprie. L'impugnatura corta, grossa e apparentemente poco maneggevole, era ricoperta di filamenti di pelle avvolti strettamente attorno al legno per attutire l’impatto dei contraccolpi, mentre il pomello al confronto appariva grande e pesante, una noce compatta di acciaio. Nella sua forma ricordava una falce, da cui derivava il nome di falcione, una varietà di spada corta dalla lama larga la cui forma curvava in maniera evidente nella parte terminale della punta. L'arma spariva all’interno di un fodero fatto di legno e fasciato di pelle, rinforzato sulla punta e attorno all’imboccatura da un rivestimento in acciaio intarsiato. La parte visibile del viso dei due uomini risaltava dipinta con disegni viola che correvano sotto agli occhi come una maschera. Inciso sul pettorale di cuoio spiccava uno stemma color viola anch'esso che rappresentava un'aquila reale stilizzata con le ali spiegate: del corpo del rapace erano visibili il petto, la testa e il becco, che puntava a sinistra, mentre le ali aperte a raggio si irradiavano tutt'attorno come un cerchio per poi unirsi sopra la testa dell'aquila. Le piume erano costituite da tanti raggi che sembravano lunghe lingue di fuoco.
L’uomo riconobbe immediatamente in quegli uomini i guerrieri di Gwynnèlas e i suoi ricordi divennero più vividi. Erano conosciuti con il nome di sohlohst, una parola della loro lingua madre che significava letteralmente “guerriero dello spirito”. I soldati di Gwynnèlas erano stati inizialmente contadini e agricoltori, i quali per difendersi si erano visti costretti con il tempo a imparare a combattere. La loro arte della guerra era fondata su una disciplina che univa le pratiche spirituali a quelle della spada. Veniva loro insegnato a conoscere la mente, la propria e quella del nemico, ad affrontare e dominare le emozioni durante gli scontri e ad incanalarle esclusivamente per sconfiggere l’avversario. Non facevano uso solo degli occhi fisici ma anche di ciò che denominavano l’occhio interiore, una specie di istinto o sesto senso più sviluppato che nelle altre persone perché tenacemente cercato e continuamente allenato, sondato, compreso. Chi aveva avuto l'opportunità di vederli in azione era rimasto incantato a guardarli mentre si muovevano affidandosi solamente a quell’occhio invisibile e aveva commentato che la loro “danza di guerra” sembrava ispirata da qualche forza soprannaturale. [...]

Abstract from ch. 1 "The arrival"

A handful of houses, nothing more, were visible on the top of the hill called Gwynnèlas, which the town itself was named after; houses that looked like the dazzling and luxuriant foliage of a huge tree – colorful, teeming with life – standing against the blue sky. It filled the sight where there should have been only velvet-green heights instead. That was in fact how most of the surrounding hills looked – green, bare of whatever sign of human civilization, a pure expanse of earth and trees. However, a multicolored spot on that single highest hill served as a reminder of a town standing there, the only town within kilometers in such a mountainous landscape. Lonely, isolated, built in the center and on top among an endless series of hills that surrounded it like a crown, like a stiff royal guard summoned in defense.

The morning mist lifted from the downhill, climbed the slopes trying to reach that handful of civilization and envelope it with non-material fingers, but with no success, as if the town itself had had invisible walls to keep away the morning ghostly paleness. So the mist stayed a little lower, angrily filling the downhills like a sea, like a rolling white expanse whose surface rippled under the gentle touch of the wind. By a curious effect that made the town look like it was floating on the clouds it was called by its inhabitants and known by the rest of the world as the “Floating Town”: gwynnèlas in the mother tongue.

Gwynnèlas was not a fortified town. No walls surrounded it. And anyway, the town was unreachable. Anyone who would have ever ventured into that area without even a little knowledge of the landscape would have wandered for weeks meeting no trace of human life at all. The heavy mist wrapping the downhills like a cloak would have disoriented the wanderer, leaving him blind and weak, unaware that above his head, above that damp, annoying white curtain the town of Gwynnèlas bathed under the benevolent sun.

Legends told that when the God created Alghend Gwynnèlas was his favorite among towns and reigns. For this reason, He decided to hide it from the rest of the world by diving it into the mist of His divine breath with only the aim of jealously keeping it for Himself. Because of its brave beauty and its inhabitants many virtues, He gave Gwynnèlas special gifts and His blessing. People thought it just a myth; they did not believe the town really existed since no one who ventured in search of it ever came back to tell he succeeded in finding it. The Land of Hills was no dangerous land at all; it was nothing more than a huge land made of hills sank in the mist. There were no visible tracks crossing it. It was full of rich, untouched scrub. Some old people of Alghend still loved to tell in a dreamy voice that the mist only completely disappeared from the Lands of the Hills once every ten years more or less like a charm, as if swallowed up from above: only in that moment Gwynnèlas could appear in the distance, built on the far hill into the open air. Most of the times listeners pushed aside the story with an absent-minded movement of the hand, adding it to the casket full of every other legend born to pour hopes and to feed dreams.

That Autumn morning, a dazzling sun mirrored in the windows of the houses creating flashing of light. The sky above Gwynnèlas was clear blue, broken only by lonely clouds. The air was fresh, swept by breaths of cold wind. Such was the view the lonely figure watched from the top of one of the several hills, one of the closest to Gwynnèlas. The legendary town shined like a jewel, clear and real, in front of his eyes.

He tapped the horse in the flanks and the animal started to walk slowly and quietly down the hill. The rider did not give the impression he was leading the horse: he held the reins in one hand, while he wrapped the cloak tightly round his neck with the other hand annoyed by the air slipping under the clothes and tickling his skin. He was a forty-year-old man. The young face, covered by a neglected beard, showed regular lines and fair skin; seriousness covered it and reflected in big azure eyes, so light azure as to seem transparent. He had long brown hair tied round the temples in three plaits each side: starting from the hairline, they knotted behind his head in a tail stroking his back and hidden under the cloak. The rest of his hair was free; it showed no trace of age.

The horse went down the slope and dove into the heavy mist. It walked confidently along a path acting only in its instinct. It carried its rider with pride, proud to be the only one knowing the way to Gwynnèlas, to the town of the God. It was a huge horse; its shiny coat was dark brown except for a spot of white hair in the middle of its forehead. The long mane hung on both sides of its neck and partially covered its eyes. Sometimes the horse snorted as if it was laughing, and its breath appeared in thin clouds floating around its nose in the cold air for a couple of seconds before fading away. Its ears jerked to and fro. It lazily swung its head as if bored from the ride.

The morning passed among the quiet hills, the high green trees, the tactful rustling of the leaves, the singing of the birds or the ghostly, far caw of a crow. Except for those isolated sounds, the deepest silence surrounded them. Time seemed to have stopped, lost in that white, non-material limbo. Above their heads no sky, but that whiteness again, more blinding due to the light above.

It was a soft noise that reached the stranger's ears – a far, almost unreal echo. It was not possible for him to understand where it came from. There was only mist all around him, damp and blind. Stunned, the man stopped the horse and waited for the approaching noise of hoofs to come closer and take shape. Finally, two shadows arose on his left. They trotted with firmness but without haste. Two horses; two riders. The man stared at them while they lost their fading outlines and became clear and real. The two men wore hardened leather breastplate on top of thick jackets that covered them up the neck; no pauldrons, only leather embraces protections and gloves, trousers, and boots. An open, bright barbuta helmet of steel with no visor covered their heads; a Y-shaped opening lowered over their eyes and lengthened in defense of the nose, entirely covered. The helmet opening shaped in wing form following the cheekbones along an invisible soft line, wrapped the jaw almost entirely and connected on the chin with its mirror side. The horses were mounted using a simple saddle with no harness. The two men stopped quickly in front of the stranger and barred his way. Their coldness and resolution were almost tangible. So close were they, the stranger could notice the sword clung around their hips, more similar to a work tool rather than a real fighting weapon. The short, thick grip was apparently difficult to handle, covered with leather strips wrapped tighten around the wood to reduce any rebound impact. On the other hand, the pommel looked big and heavy, a nut of steel. Its shape similar to that of a scythe from which it had its name: falchion, a kind of short one-handed sword with a large blade and a clear curved edge. The weapon was carried in a scabbard made of wood and wrapped with leather, whose chape and locked were strengthen by an engraved steel cover. The visible part of the men’s faces was painted with violet drawings circling the eyes like a mask. A violet coat of arms was engraved in the leather breastplate and represented a royal eagle, wings spread: one could make out the breast of the bird, its head and beak, pointing to the left, while the wings radiated all around like a circle and joined to the head of the eagle. The feathers rays looked like fiery flames. The stranger immediately recognized the warriors of Gwynnèlas and his memories became brighter.

They were known as sohlohst, a word from their mother tongue that literally meant “warrior of the spirit”. At the beginning they were farmers and peasants; in time, they had to learn to fight in order to defend themselves. Their art of war was based upon a discipline that united spiritual rites to the sword. They were taught to know the mind, their own as well as the enemy's; to face and dominate emotions during any fight; to use emotions to defeat a rival. They used not only the physical eyes, but the inner eye as well: a sort of instinct or sixth sense more developed than in any other person because tenaciously searched and daily trained, analyzed, understood. Those who had the chance to see them in action stopped and stared at them while they fought relying upon that invisible eye; their dance of war seemed inspired by some supernatural force. [...]