Libro 1. Il ritorno del nahysmi


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Sinossi

In un medioevo dominato dall'acciaio e dalla forza, la magia che ruota attorno ai quattro elementi naturali sembra essere stata ormai dimenticata. È ora che i destini di una ragazza alla ricerca del proprio passato e di un uomo in fuga dal suo si incrociano in modo enigmatico e ineluttabile sotto il segno misterioso dell’antica profezia di Andòrax. Ultimo capo dell'Ordine degli stregoni, Andròrax ha consegnato al mondo la sua visione prima che i custodi neutrali della conoscenza venissero sterminati duecento anni prima.

 

È l'eco di quella stessa profezia che risuona nei sogni di un viaggiatore solitario - Élian, unico sopravvissuto alla strage degli stregoni - e lo spinge nel suo anonimo vagabondare fino ai confini di Gwynnèlas, leggendaria città del Dio. Qui la profezia di Andòrax mette Élian di fronte al temuto segno del nahysmi, elemento supremo.

 

È nello scontro aperto divenuto inevitabile che Élian e i cavalieri ribelli suoi alleati comprendono le vere ragioni dell'arrivo del nahysmi...

 

Le scelte compiute da ciascuno cambieranno il destino di tutti.

 

L'equilibrio di Alghend si trova pericolosamente in bilico fra la schiavitù e la rinascita.


Prologo

 

 

 

Fin dove il ricordo era in grado di spingersi, là dove le storie avevano iniziato a prendere forma sulla bocca dei vecchi e le leggende a proliferare, alimentate dai viaggiatori, da sempre erano esistiti i Guardiani degli elementi.

 

Nahìma.

 

Un tempo elfi.

 

Custodi degli elementi su cui si fondava il mondo – acqua, terra, fuoco, aria – si trovavano alla base dell’ordine delle cose e dell’organizzazione del tutto. Incarnavano la natura stessa di quegli elementi e ne occupavano il corpo mortale. La respiravano. Se ne nutrivano e ne venivano nutriti. Attorno a loro gravitava l’equilibrio, la ruota perenne e immutabile della ciclicità, del tempo, della vita.

 

Quando l’equilibrio veniva minacciato, allora interveniva il caos, che portando distruzione creava le basi per la nascita di un nuovo equilibrio e di nuovi nahìma.

 

La devastazione arrivava con l’elemento quinto, ultimo e primo, supremo padrone del mondo, nucleo e alito vitale: l’elemento che a differenza degli altri non dominava la materia plasmabile di cui erano fatte le creature viventi bensì l’immateriale, l’invisibile, eppure ciò senza il quale niente avrebbe avuto vita.

 

Nahysmi.

 

L’anima.

 

 

 


Estratto dal cap 41, "Predestinata"

 Armin non riuscì a credere a quelle parole. <<É rimasta qui per tutti questi secoli?>> esclamò. <<Come è possibile che nessuno l'abbia trovata prima?>>.

Élian la guardò con tenerezza. <<Siamo i primi a mettere piede su quest'isola dopo secoli, Amin, dopo... allora>> spiegò alla ragazza. <<Nessuno è mai arrivato fin qui. Nessuno che non sia collegato alla magia può chiamare ataliya. Nessuno, credo, ha mai avuto interesse a raggiungere Andòrax>>.

Lei ammutolì, rendendosi conto veramente per la prima volta di dove si trovavano. Quel cimelio, così come tutte le spade che giacevano inerti vicino a loro, raccontava di quella battaglia cruenta avvenuta due secoli prima. Era tutto ciò che rimaneva di allora: i corpi dei caduti si erano decomposti ed erano inesorabilmente tornati alla terra, solo l'acciaio era in qualche modo sopravvissuto per raccontarne la storia, per testimoniarla. Dov'erano finite le armature? Rabbrividì, ma non per il freddo. Le parve di sentirsi addosso centinaia di occhi che la scrutavano, accusatori, vedendola solo come un'intrusa. La pace di quel luogo non era nient'altro che la pace eterna e senza suono della morte.

<<É rimasto tutto come allora>> riprese lo stregone, strappandola ai ragionamenti. <<Dopo la scomparsa degli stregoni quest'isola è rimasta intrappolata in una specie di limbo, in attesa che giungesse qualcuno in grado di riportarla indietro. Noi siamo qui, ma è come se non ci fossimo. Questo è ancora un non luogo, un'isola fisica ma allo stesso tempo irreale>>. Vide dall'espressione sul volto di lei che faceva fatica a capire; lui stesso non era in grado di trovare le parole adatte per spiegarle al meglio quel concetto. <<Non senti come tutto è sospeso? Non c'è vita visibile qui, eppure la percepisci appena al di sotto del velo... che palpita... attende...>>.

Sì, Armin l'aveva avvertita quella presenza invisibile da cui si sentiva braccata, quella specie di creatura senza forma che sussurrava dall'oscurità.

<<La magia è qui, confinata in un altrove da cui dobbiamo riportarla indietro>>.

<<Come?>> riuscì a sillabare la ragazza.

Élian ebbe un sorriso tirato. <<Non lo so davvero. Siamo qui per scoprirlo>>. Indicò la spada di Erdem, sovrappensiero. <<Manca qualcosa...>> osservò. Le fece cenno di osservare il codolo, l'anello vuoto. <<La pietra che lo ornava è scomparsa>>. La cosa sembrò preoccuparlo.

<<Forse è caduta durante la battaglia>> ipotizzò lei, guardando verso l'erba alta che li circondava senza dare importanza a quel dettaglio. La pietra poteva essere ovunque in quel mare verde.

Lo stregone assentì, ma con fare distratto. Non sembrava convinto e lasciò cadere il discorso. Mangiarono tutte le radici e i frutti che lui si era procurato e alla fine, esausti, si addormentarono ai piedi del grande portone.

 

§

 

Era costruito in legno di ebano, alto quattro metri, ogni battente largo due. Élian sostenne che lo spessore di quel portone fosse di quasi un metro, ma la ragazza per il momento dovette credergli sulla parola perché era sigillato. Non c'erano maniglie, né serrature, né battocchi di alcun genere per bussare – tanto, nessuno avrebbe più aperto. La superficie nera, lucida, molto simile a quella della barca che li aveva traghettati fin lì, non era liscia e omogenea ma recava incisioni e altorilievi. Armin contemplò quelle rune sconosciute senza osare toccarle; varie teste di drago comparivano qua e là, le fauci spalancate in un grido silenzioso, figure di guerrieri e altri personaggi, ma c'erano soprattutto le rune, molte – antiche, misteriose, magiche. Ne chiese il significato ad Élian che però non le diede risposta, concentrato com'era a passare le mani sulla superficie nera mormorando parole nella lingua magica che solo lui dominava, nel tentativo di forzare le porte. Ci stava provando da ore, ma i suoi sforzi non avevano sortito nessun effetto.

Spazientita, la ragazza si allontanò, lasciandolo ai suoi tentativi. Era di nuovo giorno, un giorno uguale al precedente nella luce, nel cielo, nelle nuvole; qualche folata di vento gelido spazzava l'erba, poi raggiungeva le chiome degli alberi lontani, facendone tremare le foglie con un rumore sferzante che si diffondeva in quell'immobilità e arrivava fino a lei. Sedette a terra, le gambe piegate davanti a sé, e appoggiò i gomiti sulle ginocchia congiungendo le mani. La fortezza la sovrastava, tagliando via una parte del cielo plumbeo nel quale i suoi contorni discontinui spiccavano astiosi. Sentì lo stregone imprecare con rabbia e colpire il portone con le mani. L'attesa era snervante. Non avere idea di come forzare quella magica serratura lo era ancora di più. La ragazza capì che lui stava tentando con tutti gli incantesimi di cui era a conoscenza e il fatto che quelle porte non si spalancassero lo riempiva di sconforto perché all'inizio la sola presenza di Armin gli era sembrata un motivo più che legittimo per consentirglielo. Ma l'accesso era sbarrato anche a lui.

<<C'è qualcosa che mi sfugge...>> ragionò fra sé Élian, meditabondo.

Armin si sdraiò sulla schiena, lo sguardo sulle nuvole in alto, e smise di ascoltarlo. Il cielo era immoto; nessun gabbiano sorvolava la superficie piatta del mare. Il segno sulla sua pelle non aveva smesso di pizzicare da quando avevano messo piede sull'isola, ma seppur costante e sempre presente era un fastidio sopportabile se confrontato con il dolore che aveva sentito durante il loro incontro con il nahìma. Chiuse gli occhi un istante e fu allora che udì un sussurro proprio vicino al suo orecchio. Lampi di luce saettarono nel buio delle palpebre serrate. Armin riaprì gli occhi di scatto e si sollevò a sedere, guardandosi attorno spaventata: l'aria era immobile, Élian continuava a parlottare fra sé e con il portone e ne dedusse che non poteva essere stato lui a sussurrare. Con un nodo alla gola provò a chiudere nuovamente gli occhi e di nuovo quei lampi di luce accecante attraversarono la sua mente, le parole che li accompagnarono avevano un suono aspro, adirato. Senza sapere perché, si alzò allarmata e tornò vicino allo stregone; gli prese le mani e le allontanò dal portone di legno mentre lui le lanciava un'occhiata interrogativa. Armin non disse nulla, limitandosi a interrompere quel contatto, e quando chiuse nuovamente gli occhi per un istante, cercando istintivamente una conferma al suo gesto, i lampi e il sussurro erano svaniti. Poi, come guidata da una consapevolezza che non le apparteneva, con movimenti lenti si mise perfettamente di fronte al portone, sollevò una mano e la appoggiò con delicatezza sulla sua superficie prima che Élian riuscisse a dire qualcosa.

Nello momento in cui toccò il legno, Armin avvertì una forza estranea ed esterna premere il palmo della sua mano contro quella solida parete, come se volesse farvela penetrare... Si sentì attirata verso di essa, inesorabilmente... partendo da un punto imprecisato nella sua testa venne risucchiata fuori dal proprio corpo... fu come se una sottile pellicola trasparente si separasse dalla sua pelle, lasciandosi dietro dei filamenti slabbrati, e si avvicinasse al portone... continuò ad avvicinarsi e con terrore si rese conto che lo stava attraversando. Desiderò chiudere gli occhi ma non riuscì a farlo. Osservò le scanalature del legno passarle davanti, i buchi provocati dai tarli, e infine passò dall'altra parte. Seppe di trovarsi all'interno della fortezza perché attorno a lei c'erano dei muri là dove prima c'era stato il cielo. Era immersa nella penombra. La luce che filtrava dai vetri sporchi era fioca e si proiettava in lunghe lame attraverso l'aria antica nelle quali danzavano impalpabili granelli di polvere. Élian non era con lei; era sola. La prima cosa che notò fu che la sua vista non era perfettamente a fuoco: tutto le appariva come se stesse osservando attraverso un vetro appannato. Era una sensazione bizzarra. L'atrio d'ingresso era vasto, dominato sul fondo da una larga scala di pietra che saliva ai piani superiori; un elaborato corrimano la scortava sui due lati. Alla sua destra e alla sua sinistra si aprivano altre due stanze, al di là di due aperture ad arco prive di porta. La ragazza si guardò le mani e scoprì che erano trasparenti: riusciva a vedere il pavimento sudicio attraverso di esse e quando provò ad unirle le avvicinò tra loro ma non ne avvertì il contatto. Avrebbe dovuto sentirsi nauseata e spaventata, ma non provava nessuna emozione. Colse un movimento improvviso con la coda dell'occhio e lo seguì con lo sguardo: un'ombra scura la scrutava dall'arco alla sua destra, ancora seminascosta, quasi timorosa di mostrarsi. Dopo qualche minuto un'altra sagoma comparve dietro alla prima, seguita da altre in cima alle scale e alla sua sinistra. Armin indietreggiò, o così immaginò di fare, e mentre le immagini si mescolavano tra loro si ritrovò di nuovo all'esterno della fortezza a fissare la superficie reale di legno nero.

Ritrasse di scatto la mano dal portone interrompendo quella connessione e i suoi occhi spaventati incrociarono quelli di Élian che era rimasto a osservarla.

<<Ero dentro...>> mormorò la ragazza con un filo di voce, rispondendo alla sua espressione interrogativa. <<Ci sono delle persone...>>.

Lo stregone rifletté sulle parole di Armin. Si domandò se lei fosse davvero stata all'interno: nel qual caso, come era successo? Perché lui non era riuscito a farlo? Era davvero così semplice? Che lei fosse la chiave?

<<Dobbiamo aiutarle... Dobbiamo entrare...>>. Armin stava fissando di nuovo il portone. Appariva scossa e agitata.

Strappato ai propri pensieri, Élian scosse la testa con aria triste. <<Non è possibile che ci sia qualcuno, Armin.Non è sopravvissuto nessuno. Sono morti tutti...>>.

<<E tu come fai ad esserne sicuro? Non c'eri!>> gli gridò, stavolta.

Lui si azzittì davanti a quell'involontaria accusa. Le strinse una spalla. <<Non c'è nessuno vivo qui dentro>> ripeté con lentezza per convincerla e farla ragionare.

Si domandò tuttavia cosa avesse visto veramente. Probabilmente a causa del segno, quando lei aveva toccato il portone dove essersi stabilito una sorta di legame con la magia chiusa all'interno, che con lui invece non aveva funzionato. Era difficile per la ragazza cogliere il significato dell'esperienza che aveva appena vissuto: era ovvio che non era stata fisicamente all'interno della fortezza perché il suo corpo si era sempre trovato accanto allo stregone, quindi a spostarsi doveva essere stato il suo spirito, o la sua anima. Élian aveva bisogno di porle delle domande per poter arrivare a una conclusione. Armin però non riusciva a credere alle sue parole: le aveva viste davvero quelle persone che la osservavano ed era intenzionata ad aiutarle. Era il primo segnale che non erano soli da quando avevano messo piede sull'isola e non intendeva trascurarlo. Si liberò della sua stretta e prima che lo stregone potesse impedirglielo appoggiò di nuovo entrambi i palmi delle mani sulla superficie nera, le dita allargate: una sensazione simile al trascinamento nella corrente di un fiume attraversò il suo corpo, la voce dello stregone divenne un suono distante mentre Armin sentiva che di nuovo una parte di lei veniva risucchiata all'interno della fortezza. Le pareti scure la circondarono ancora.

Superato lo stupore iniziale, cercò le figure in ombra che aveva visto poco prima. Desiderò muoversi e appena pensò di farlo si vide spostarsi in avanti senza che i suoi piedi si fossero mossi. Luci e ombre si allungarono davanti ai suoi occhi e per quanto cercasse di mettere a fuoco la vista continuò a non riuscirci. C'erano delle sagome di persone attorno a lei: spuntavano lentamente dalle porte ad arco, dall'alto delle scale, comparivano materializzandosi dal nulla. Non poteva distinguere i loro volti; nulla della loro natura umana era visibile, nemmeno le mani o i piedi, anch'essi solo ombre indistinte che spuntavano oltre l'orlo delle maniche e dal fondo della veste. Osservò le figure moltiplicarsi e farsi sempre più vicine. Erano tantissime. Non ne aveva paura; aveva lasciato fuori le emozioni assieme al proprio corpo fisico. Si accalcarono attorno a lei, sussurrando e mormorando in modo incomprensibile in un tono diverso da quello che aveva udito quando Élian aveva toccato il portone, più curioso e impaziente che aggressivo. Armin si sforzò di scrutare nell'oscurità alla ricerca di tratti umani, ma più si impegnava più la vista le si appannava, disturbandola.

Il segno iniziò ad arderle la pelle. Un calore delicato si propagò lungo le linee e la ragazza si accorse che le figure stavano fissando un punto esatto appena sotto la sua clavicola destra, come se fossero in grado di vedere attraverso i suoi abiti. Abbassò gli occhi e vide che effettivamente i tratti del segno a forma di ala brillavano sull'essenza traslucida che era la proiezione del suo corpo e quando li rialzò si rese conto che una nuova figura, solitaria e imponente, sostava sulla cima della prima rampa della scalinata, staccata dalle altre.

<<Lasciatela>>.

La voce interruppe il mormorio e fece calare il silenzio. Le figure che la attorniavano si dissolsero una dopo l'altra, svanendo in fumo sottile, lasciando dietro di loro solo il vuoto dell'ingresso, il che indusse la ragazza a pensare che forse Élian aveva avuto ragione a sostenere che nessuno di vivo abitava la fortezza. Mentre Armin si guardava attorno con stupore, la figura in cima alle scale svanì per poi comparire alla sua destra senza alcun preavviso, vicinissima. La ragazza sentì su di sé lo sguardo degli occhi nascosti da un cappuccio che la indagavano a lungo, penetranti; si sentì svelata, nuda e senza difese, più trasparente dell'essenza in cui era rappresentata. Poi, dopo che quell'esame si fu protratto così ampiamente, la figura sollevò le mani – Armin notò un anello al dito medio della mano destra – e abbassò il cappuccio, rivelando il suo volto.

<<Sono Andòrax... o meglio, ciò che resta della sua anima imprigionata in questa fortezza>>.

La voce rimbombò nel silenzio, senza che le labbra si muovessero. La ragazza si sforzò di mettere a fuoco la vista. Doveva essere il volto di un uomo di mezza età quello che la stava guardando. Portava una barba lunga fino allo sterno che gli conferiva un'aria di serena saggezza, brizzolata come i capelli raccolti in una coda. Gli occhi erano molto chiari, simili a quelli di Élian ma più piccoli, lucidi e attenti, segnati da profonde occhiaie scure. La pelle del viso era pallida, emaciata, quasi grigiastra: in realtà tutto in lui era incolore. Il Signore della fortezza sorrise con una dolcezza dolorosa.

Armin pensò di presentarsi. La sua voce vibrò senza che fosse necessario che lei aprisse la bocca. <<Io sono...>>.

<<La predestinata della mia visione>> concluse Andòrax, indicando con un lieve cenno della testa il segno che brillava su di lei.

<<Credo di sì>> ribatté lei.

Lo vide aggrottare la fronte e sorridere ancora. <<Non ne sei ancora convinta?>>. La ragazza stava per rispondere, ma lui non glielo permise. <<Vieni>> la invitò invece, accompagnando le sue parole con un cenno della mano che indicava l'alto. <<Vieni: non abbiamo molto tempo>>.

Nel tempo di un battito di ciglia si ritrovarono in uno studio al piano superiore. Là dentro non serviva camminare: era sufficiente pensare a un gesto o un movimento per compierlo, a un luogo per arrivarci in una frazione di secondo come avevano appena fatto. Armin osservò la piccola stanza in cui si trovavano, uno studio ospitale dall'aria vissuta ma curata. Le pareti scure erano arredate con enormi scaffali traboccanti di libri che andavano dal pavimento fino al soffitto alto, tutti allineati e con una collocazione precisa, i titoli che spiccavano lungo le rilegature in pelle. Una scrivania in legno massiccio, intarsiata e lavorata finemente, era posta al centro della stanza e dietro di essa sedeva Andòrax e guardava la ragazza, in attesa. Lasciò che lei si prendesse il tempo che le serviva per analizzare il luogo. Pile ordinate di libri e pergamene coprivano la superficie della scrivania, così come uno spesso strato di polvere depositatosi nei secoli, oltre a un calamaio con dentro una piuma, un lume dal vetro pesantemente ingrigito e svariati oggetti sulla cui natura la ragazza sorvolò. Una poltroncina di velluto era posizionata dal lato della scrivania in cui si trovava lei. In un angolo della stanza, appoggiato a una parete c'era un bastone di legno lungo e sottile la cui sommità di forma ellittica era finemente lavorata in modo da ricavare cinque cavità, incastonate nelle quali c'erano quattro pietre nere, opache, della dimensione di una grossa noce, posizionate ai quattro punti cardinali in modo da ospitare al centro cavo una quinta pietra, inesistente.

<<Siedi>> la invitò Andòrax.

Armin si ritrovò seduta sulla piccola poltrona esattamente davanti a lui, dal lato opposto della scrivania. Alla loro sinistra, una grande finestra dava sul mare che ruggiva sotto di loro, la sua voce fragorosa e rauca l'unico segno di vita. I vetri erano sporchi, coperti da un dito di abbandono e incuria, addobbati con tendoni ammuffiti e stantii lasciati aperti. La ragazza si immaginò l'odore di chiuso senza però poterlo percepire.

<<E così, Élian ha scelto di lasciarti in vita>>.

Lei guardò lo stregone senza capire. Avrebbe tremato se le fosse stato possibile, ma non era lì presente con il proprio corpo e non poté.

<<Dalla tua espressione deduco che non ti abbia detto niente>>.

<<Cosa avrebbe dovuto dirmi esattamente?>> gli chiese con un filo di voce, stupendosi di essere riuscita a mettere assieme quelle parole.

<<Il contenuto della profezia e il suo significato. Visto che sei ancora viva, immaginavo che te l'avesse spiegato...>>.

<<Non l'ha fatto>> ripeté lei. Restò in silenzio, senza aggiungere altro, aspettandosi che lui continuasse.

Andòrax giocherellò con le dita con fare distratto, pensieroso; non distolse nemmeno per un attimo i suoi occhi dal viso di lei. <<Mi trovavo in questa stanza quando ebbi la visione>> iniziò, come cambiando argomento. <<Un altro stregone sedeva dove siedi tu ora. Non avevo mai mostrato doti di chiaroveggenza nella mia vita; ancora adesso mi interrogo sul perché tutto ciò sia avvenuto. Fu la prima e unica volta. Non ricordo di cosa avevamo parlato, né del perché ci trovassimo qui... la mia memoria pian piano mi ha abbandonato assieme con la reminiscenza della vita fisica. Eravamo sul punto di alzarci per uscire quando la testa prese a girarmi e dovetti sedermi di nuovo. Mi aggrappai con le mani alla scrivania...>> mimò quel gesto mentre ripercorreva quei momenti con la memoria, <<pensai di star male, lo pensò anche il mio compagno... mi sentivo svenire... non controllavo più il mio respiro... e poi...>>. Si interruppe, lo sguardo distante vedeva un'altra realtà: quella di allora. <<Lo stregone che sedeva davanti a me mi raccontò che parlai tenendo gli occhi sbarrati, mentre mi dondolavo avanti e indietro come se mi fossi trovato su una barca. Quando mi ripresi e mi spiegò cosa era successo gli chiesi di trascrivere le mie parole prima che se ne dimenticasse. Rileggendo poco dopo quelle poche righe capii che era avvenuto qualcosa di straordinario: il futuro si era rivelato a me, ma non sapevo quando si sarebbe avverato, né ero in grado di interpretarlo. Ma mi sembrò una visione di devastazione>>.

Osservò Armin che affondava nella poltroncina davanti a lui: pallida, immobile, aveva l'aria piccola e fragile di una ragazzina che lo ascoltava trepidante.

 

La magia si nasconde sotto polvere e immobilità,

la sua casa è silenziosa e vuota.

Il battito di una sola ala vi porta colui che,

nato dalla magia,

marchiato dal fuoco e rigenerato dall’acqua,

partorito dalla terra e purificato dall’aria,

è predestinato a poterci salvare dalla sua stessa condanna,

prima che sulle nostre anime cali l'ala dell'oblio

alla luce di una luna di sangue.

Moriremo se egli vive.

Moriremo se egli muore.

Scegliere è la nostra speranza.

 

<<Questo è quanto raccontai a un attonito quanto sgomento Consiglio dei Re per mettere in guardia i regni di Alghend. Chiesi loro di tramandare le mie parole alle generazioni future in una catena salda e sicura che li avrebbe preparati e condotti fino al momento in cui ciò che avevo visto si sarebbe avverato. Non capivo il senso di tutto quello; nessuno di noi poteva, ma ognuno ne diede la propria interpretazione e la versione più appoggiata fu che questo predestinato sarebbe dovuto morire prima che ci distruggesse>>. La figura traslucida di Andòrax si appoggiò allo schienale della poltrona, mostrando una stanchezza lunga secoli. <<I cavalieri temevano la magia, l'avevano sempre ostacolata sotto la spinta dei Religiosi, e interpretarono a modo tutto loro le mie parole: arrivarono alla conclusione che il pericolo di cui parlavo derivava da qualcuno che sarebbe stato messo al mondo da uno stregone e per evitare che dalla magia nascesse questo futuro distruttore decisero di annientarci>>.

Armin si accorse che le dita dello stregone continuavano a giocherellare con il bordo della scrivania, tracciando dei segni con i polpastrelli, finché capì che seguiva degli intagli sulla superficie di legno che però da quella distanza non riusciva a distinguere. Andòrax si rese conto di aver attirato l'attenzione della ragazza e interruppe quel movimento inconsapevole. <<Lo feci con le unghie mentre avevo la visione>> le spiegò, quindi puntò l'indice e premette la pelle lungo le linee incise tracciando esattamente il segno che la ragazza aveva sulla spalla. <<Il battito di un'ala. Mostrai loro questo segno spiegando che sarebbe stato il modo per riconoscere il predestinato>>. Si bloccò, meditabondo. <<Quanto sangue è stato sparso a causa di questi tratti... Forse, se non avessi riposto così tanta fiducia nel genere umano molti sarebbero sopravvissuti...>>.

Armin avrebbe voluto dirgli qualcosa per consolarlo, ma non le venne in mente niente. Ancora non capiva perché fosse tanto sorpreso del fatto che Élian non l'avesse uccisa. Quasi le avesse letto nel pensiero, l'ombra del signore della fortezza la guardò, di nuovo presente.

<<Questo segno avrebbe portato morte e distruzione. Ignorando la parte della profezia che sosteneva che sarebbe anche stato la nostra salvezza, i cavalieri, nonostante avessero sterminato gli stregoni, hanno deciso di dargli ancora la caccia per eliminare chi lo avesse avuto su di sé. Uccidere per non venirne uccisi – un po' come in guerra, no? Ma in questo caso era diverso... era più complicato... Il re che avesse individuato una persona con questo segno aveva la possibilità di decidere come agire: ucciderla oppure no, perché quella persona sarebbe stata la nostra speranza oppure la nostra minaccia più grande. Élian sapeva che se un giorno ti avesse trovata si sarebbe trovato di fronte a questa scelta. Per ora ha deciso di lasciarti in vita, ma si ricorda delle mie parole, si ricorda cosa rappresenti...>>.

<<Un pericolo?>>.

<<Sì>>.

<<Perché?>>.

Andòrax scosse la testa. <<Questo non sono riuscito a stabilirlo. Ho trascorso anni ad analizzare le parole da me stesso pronunciate, sperando di comprenderne il significato. Ma il tempo passava e i cavalieri e i re macchinavano solo per eliminare la magia che, secondo loro, era la fonte di quel male, come di altri mali, per il fatto stesso di esistere. Poi ci attaccarono, guidati da uno di noi...>>.

<<Un elfo nero?>> chiese lei.

<<Syn>> precisò Andòrax. <<Chiamò Atalyia e li portò sull'isola. Erdem e il suo esercito si batterono per noi, ma vennero sopraffatti perché Syn usava la magia contro gli uomini, violando la Regola. Per questo la sua anima era perduta. Entrò nella fortezza...>>. La voce dello stregone si fece più flebile, sottile, sembrava che si stesse allontanando. La memoria di Andòrax si andava smarrendo ancor di più, molti brandelli portati via dall'oblio.

<<Perché li portò qui? Perché entrò nella fortezza?>> lo incalzò Armin. Avvertì un improvviso senso di urgenza: aveva bisogno di sapere altri dettagli di quello che era avvenuto per parlarne poi con Élian e assieme a lui ricomporre l'intero quadro della vicenda, ma sentiva che il tempo di Andòrax stava inesorabilmente scadendo. <<Non bastavano i cavalieri a distruggervi? Tanto, non vi sareste difesi con la magia...>>.

<<Voleva il bastone... per dominare gli elementi... Il bastone...>>.

Lo sguardo della ragazza corse al bastone abbandonato nell'angolo e coperto di ragnatele.

<<Non potevo permetterlo. Lui non doveva avere il dominio sull'equilibrio...>>. Andòrax focalizzò nuovamente l'attenzione su Armin, ancora una volta presente a se stesso. La ragazza continuava a non capire. <<Noi stregoni ci barricammo all'interno di queste mura per combatterlo. Lasciammo fuori la guerra dell'acciaio e gli uomini, che si uccisero tra loro, e lanciammo un incantesimo che ci distrusse, che avrebbe distrutto anche Syn. Ma in qualche modo egli sopravvisse...>>.

<<Come?>> volle sapere lei, sporgendosi verso la scrivania, verso il ricordo dell'uomo che le stava parlando. Vide la sua sostanza vacillare come fumo. Lo stregone sembrò avvertire che qualcosa stava cambiando perché si guardò le mani, che tremolarono diventando via via più trasparenti.

<<Il mio tempo sta terminando>> osservò Andòrax. <<Posso proseguire finalmente la mia strada, dopo tutti questi anni>>. I suoi occhi indugiarono su Armin, sul suo volto turbato e ansioso. Si sporse verso di lei. <<Io non so come sopravvisse perché sono morto… siamo morti tutti…>>. La sua voce si fece esitante, incredula. <<Trovate il suo libro della memoria >> le spiegò alla fine.

La ragazza non gli tolse gli occhi di dosso mentre i contorni sfocati della sua figura evaporavano e sfumavano lentamente ma inesorabilmente; solo il luccichio di quegli occhi chiari rimase fisso su di lei. Non aveva più tempo, ormai. Armin intuì che quando aveva toccato il portone della fortezza doveva aver spezzato l'incantesimo che sigillava il luogo e le anime in esso intrappolate, che potevano finalmente raggiungere il luogo cui erano destinate.

Improvvisamente, un pensiero la attraversò, riportandole alla mente quel dettaglio a cui non aveva dato peso e che sembrava aver turbato Élian. <<La spada... la spada di Erdem è qui, l'abbiamo trovata>> esclamò. <<Ma manca una pietra che si trovava incastonata nel codolo...>>.

Nonostante fosse ormai diventato trasparente, la ragazza vide il volto dello stregone raggelarsi, l'ombra di una consapevolezza passare nel suo sguardo. <<Trovate il libro… Distruggete la pietra…>> balbettò casualmente, senza logica, cercando di seguire il filo dei ragionamenti ma bloccato da quell'altra realtà che lo stava implacabilmente richiamando. Guardò Armin, vedendola di nuovo. <<Mi sono sempre fidato di Élian. É sempre stato... diverso. Deve aver visto qualcosa in te che lo ha portato alla sua scelta...>>. Ancora una volta non era riuscito a completare la sua frase e l'aveva lasciata sospesa. Le sue labbra si mossero diverse volte senza però produrre nessun suono. Poi, riuscì ancora a dire: <<Scegliere è la tua unica speranza>>, dopo di che la sua figura si dissolse completamente in lembi di fumo che si dispersero nel nulla.

Appena fu svanito Armin udì un profondo sospiro scuotere i muri della fortezza fin nelle fondamenta, o forse si trattò di un coro di sospiri, liberi, sereni, finalmente in pace. La stessa forza che l'aveva spinta all'interno della fortezza la strappò prepotentemente dalla piccola poltrona, trascinandola attraverso gli spessi muri, fin giù lungo l'imponente scalinata. Riuscì ad intravedere qua e là le anime degli altri stregoni che si dissolvevano esattamente come quella di Andòrax, abbandonando quella che era stata la loro casa e la loro prigione. Un senso di liberazione la avvolse. La ragazza rientrò nel proprio corpo con un dolore insopportabile che attraversò in ogni muscolo come un crampo; le sembrò che la pelle si tendesse fino allo spasimo, che le ossa si stessero schiacciando e la testa volesse esploderle. Le sue mani si staccarono dal portone e lei scivolò a terra senza essere in grado di controllare i propri movimenti. Avvertì il calore del corpo di Élian, il contatto con le sue braccia che la circondavano e sorreggevano il suo peso, impedendole di cadere. L'ultima cosa che udì prima di perdere completamente i sensi fu lo stridente e ormai insperato scricchiolio dei battenti del portone della fortezza, arrugginiti e incrostati dal sale marino, che si aprivano dopo interminabili secoli di immobilità.


Estratto dal cap.57, "Rigenerata dall'acqua"

[...] Il grido stridulo che riempì l'aria perforò le loro orecchie e li costrinse a proteggersi con le mani. Non si trattava di un verso umano né animale. Era piuttosto qualcosa a metà tra un fischio o un sibilo e il rumore graffiante prodotto da una lama premuta con forza e trascinata sulla roccia. Quel grido schiacciò loro i timpani, assordandoli. Anche gli abitanti del villaggio e gli stessi elfi si piegarono sotto quel suono, doloranti e spaventati. Il suono venne subito seguito da un movimento improvviso che squassò l'aria come lo spostamento brusco prodotto dal battito di ali gigantesche, poi tutto tornò immobile e silenzioso. Gli erdemiani raccolsero le armi che avevano lasciato cadere per proteggersi le orecchie. Si sentivano frastornati e confusi. Solo Élian si era fatto di pietra: il volto cinereo, la mascella contratta, fissò il vuoto raggelato nella paura perchè sospettò di conoscere l'origine di quell'evento. Ranin aprì la bocca per interrogarlo, quando udirono gli elfi lanciarsi in un fitto dialogo nella loro lingua. Sembravano agitati, sconvolti da quanto avevano sentito, ma spostando lo sguardo verso il villaggio si resero conto che era stata soprattutto una figura a sorprenderli: quella di una givane donna dai capelli rossi, abbigliata come un uomo, che era sbucata da dietro una casa.

Armin si ritrovò al centro di una piccola radura circondata da case basse in pietra e legno. Numerose figure in armatura alte e longilinee si voltarono verso di lei, e la sorpresa iniziale degli elfi mutò gradatamente in riconoscimento quando riconobbero in lei le caratteristiche della donna che il nahìma della terra aveva indicato come la predestinata. Varsha, Derya ed Élian ricordarono all'improvviso quel dettaglio legato al loro primo incontro con il nahìma due anni prima, un dettaglio tutt'altro che insignificante che avevano semplicemente accantonato. La ragazza ebbe il tempo appena sufficiente per rendersi conto di trovarsi nei guai: un braccio la ghermì malamente da dietro, scivolandole attorno alla gola e premendo contro la sua pelle il freddo acciaio che ricopriva l'avambraccio, al quale lei si aggrappò immediatamente nel tentativo di liberarsi mentre una mano la stringeva al di sopra del gomito. Un respiro caldo le sfiorò l’orecchio, un corpo si appoggiò al suo e la spinse per costringerla ad avanzare.

Gli elfi parlottarono nel loro idioma incomprensibile. Avevano riconosciuto Armin, che due anni prima aveva avuto un incontro ravvicinato con il guardiano dell'elemento terra al quale si era inevitabilmente rivelata per ciò che era. Un elfo le si avvicinò da davanti e allungò le mani verso le cinghie del suo pettorale di cuoio con lo scopo di sganciarlo: Armin comprese che le avrebbero tolto i vestiti di dosso per rivelare il segno e ottenere così la conferma della sua identità. La ragazza lottò contro i due assalitori, che parvero divertiti dai suoi insistenti tentativi per sottrarsi a loro; quando però la ragazza, aggrappandosi con forza al braccio che la bloccava, raccolse le gambe verso il petto e colpì senza preavviso l’altro elfo con un calcio, gettandolo a terra, altri ne accorsero subito. Gli erdemiani assistettero impotenti alla scena. Élian fremeva, allettato dalla possibilità di utilizzare la magia ma trattenuto dal timore delle conseguenze che il suo gesto avrebbe portato con sé. Sapevano che non potevano restare con le mani in mano senza intervenire e si sforzarono di pensare a un piano che permettesse loro di evitare un massacro. Stenn vide negli abitanti del villaggio un possibile aiuto, per quanto poco probabile, per ottenere il quale avrebbero dovuto aprire la porta delle gabbie e sperare che gli uomini non si limitassero a fuggire per salvare la propria vita dopo quella dei propri cari. Stava facendo queste e altre riflessioni quando udì un lieve rumore accanto a sé. Voltò la testa e vide che Varsha aveva imbracciato l’arco e stava tendendo la corda molto lentamente per non fare rumore. Era pronto a scagliare una freccia contro gli elfi che stavano assalendo Armin. Stenn conosceva l’ottima mira del compagno, ma si sentì ugualmente preoccupato nel constatare sia la distanza che lo separava dal suo bersaglio sia la poca superficie che aveva disponibile, la maggior parte della quale coperta dalla ragazza: il rischio che lei si muovesse all'improvviso e venisse malauguratamente colpita era eccessivo. L’uomo mosse le labbra intimando un “no”: se anche Varsha avesse colpito l’elfo avrebbe innescato l’immediata reazione del resto del drappello e scatenato uno scontro, il cui esito non era così scontato. Varsha si accorse del tentativo del compagno di dissuaderlo dall’impresa e lo ignorò, sillabando in risposta un “so quel che faccio”. La mano ferma di Varsha tese all’estremo la corda dell’arco. La decisione era stata presa. I compagni impugnarono le armi e si sparpagliarono silenziosamente in diverse direzioni attorno alla radura per prepararsi ad attaccare. Anche Élian chiuse le dita attorno all’elsa della spada che aveva ripreso a indossare. La tensione raggiunse un livello insopportabile.

Infine, la freccia schizzò.

Il rumore della corda che veniva rilasciata e il sibilo immediatamente successivo della freccia attirarono l’attenzione di alcuni degli elfi che si trovavano più vicini al gruppo, i quali però non fecero in tempo a rendersi conto di quello che stava accadendo. La freccia fluì leggera nell’aria, sfiorò la ragazza e trapassò il collo dell’elfo che la stringeva. L’elfo si accasciò al suolo con un gorgoglio strozzato, stringendosi il collo con le mani mentre soffocava, e Armin fu libera. Nello stesso istante gli erdemiani e lo stregone irruppero nella radura e attaccarono gli elfi mentre Varsha faceva seguire alla prima una raffica di frecce precise che colpirono numerosi elfi agli occhi, al collo o alle mani, lasciandoli feriti o agonizzanti a terra, alla mercé del colpo decisivo dei compagni. Terminate le frecce che aveva a disposizione, anche Varsha si gettò a testa bassa nello scontro brandendo la spada.

Sorpresa da quell’intervento, Armin sfoderò la propria arma e parò il colpo che arrivò con l'elfo che corse verso di lei: alzò il gomito e bloccò la lama nemica tenendo la propria in verticale, la punta rivolta verso il suolo; quindi roteò su se stessa verso sinistra, scivolando lungo il braccio teso dell'elfo sempre tenendo ben salda la presa sulla spada mentre le due lame strisciavano lentamente fino a fermarsi contro le rispettive guardie. Raggiunse l'elfo alla gola con il gomito del braccio libero e il colpo inaspettato lo tramortì abbastanza da permettere alla ragazza di spingerlo in avanti e premere la lama a fondo nel suo fianco, in quello spiraglio lasciato scoperto dal pettorale. L'elfo scivolò al suolo, dove lei lo lasciò sanguinante. La ragazza tremava ancora dal freddo dentro i vestiti bagnati e stentava a tenere ben salda l’arma fra le mani. Un carro si trovava a breve distanza da lei, così lo raggiunse. Nel vederla le persone al suo interno si lanciarono immediatamente contro le sbarre: gridarono tutte assieme allungando le braccia all’esterno per richiamare la sua attenzione e invocare il suo aiuto. La ragazza calò la lama alcune volte sul lucchetto che chiudeva la porta e dopo un paio di tentativi lo mandò finalmente in frantumi. Spalancò la porta e la gente si lanciò subito fuori: gli uomini aiutarono i bambini e le donne a scendere per poi allontanarsi in fretta e sparire nella boscaglia.

La radura pullulava ormai di elfi, adirati e indispettiti da quel piccolo gruppo di soldati che stava tentando di mandare in fumo la loro missione. Gli erdemiani si erano distribuiti in semicerchio attorno alla radura e dalle loro posizioni erano piombati sul nemico, cogliendolo di sorpresa dai punti più disparati. Lo scontro fu da subito violento e accalorato – e sbilanciato.

Armin si sentiva esausta e incredibilmente stanca, ma desiderosa di combattere. Stava per lanciarsi in mezzo al clamore, ma venne trattenuta a forza da due mani che la trascinarono a terra dietro il carro. La ragazza non ebbe la forza per ribellarsi e venne spinta contro una ruota non da un elfo, bensì da Varsha, che la strinse per il collo della giubba, il volto chino sul suo. Accanto a lui c’era Élian . Entrambi la guardarono con espressioni di stravolta incomprensione mista a sollievo.

<<Resta qui>> le intimò Varsha con durezza senza farle domande. Le strinse una spalla con vigore e la costrinse a stare seduta a terra nonostante i suoi ripetuti tentativi per rialzarsi. I suoi occhi verdi erano adombrati da rabbia mista ad incredulità. <<Hai capito? Non voglio che tu metta il naso là in mezzo>> insistette. <<Sono stato chiaro?>>. Il suo tono era perentorio. <<E non guardare, per nessun motivo>>.

Armin non capì perché le stava chiedendo di tenersi in disparte. Spostò l’attenzione su Élian, anch’egli scuro in viso. Benché fosse sollevato di rivederla, non le rivolse nemmeno un sorriso, si limitò a spalleggiare Varsha.

<<Stai qui al riparo>> ripeté.

In un attimo scomparvero entrambi oltre il carro e si lanciarono nello scontro. La ragazza rimase immobile. I raggi della ruota le premevano dolorosamente nella schiena. Quell’ordine così categorico la lasciò con una sensazione di indefinibile rilassatezza: era facile obbedire agli ordini, sollevavano da ogni responsabilità, dal peso delle decisioni. Tuttavia, gli ordini più difficili da rispettare erano quelli che imponevano l’inazione, e infatti Armin non resistette alla tentazione di sbirciare oltre la ruota del carro, verso la radura. Udì il clamore raggelante della battaglia, il rumore dell’acciaio che strideva contro l’acciaio, le grida di dolore di chi veniva colpito e si augurò che non fosse qualcuno degli erdemiani. Dal punto in cui si trovava non riusciva a vedere bene, così strisciò verso il lato opposto del carro e allungò il collo. Elfi e umani combattevano strenuamente. Gli elfi erano in numero superiore, ma nonostante ciò avevano già subito considerevoli perdite ed erano stati ridotti alla metà mentre gli erdemiani erano solo feriti o coperti dal sangue presumibilmente di qualche elfo. Anche Élian combatteva come un guerriero, la spada nelle sue mani era leggera e precisa, la sua figura veloce e scattante. Stenn era riuscito a rompere la serratura degli altri due carri, permettendo così alla gente di fuggire. Contro ogni sua pessimistica previsione alcuni degli uomini, dopo aver messo in salvo la propria famiglia nella boscaglia, tornarono per offrire il proprio appoggio e cacciare gli elfi, brandendo semplici forconi e falci, ciò che utilizzavano quotidianamente per lavorare, le uniche armi che conoscevano. Gli elfi erano guerrieri precisi e freddi, che sfruttavano la loro assenza di emozioni per concentrarsi solo sul combattimento. Geyal e Nora usavano la spada con una mano e il pugnale con l’altra, utilizzando quest’ultimo per raggiungere il nemico nei punti vitali che le parti dell'armatura per forza lasciavano scoperti e affondarvelo senza pietà, ferendo a morte il nemico e lasciandolo a terra agonizzante. Armin notò che Jess era stato accerchiato da tre elfi che premevano su di lui contemporaneamente. Il fratello di Varsha appariva in difficoltà, quindi con incauta leggerezza lei decise di disobbedire alla richiesta di Varsha ed Élian e lasciò il riparo del carro per dare supporto al ragazzo. Prima che riuscisse a mettere in pratica il suo proposito venne però inchiodata da una sensazione di pericolo che la fece voltare di scatto. Si abbassò appena in tempo, schiacciandosi a terra per evitare la lama diretta alla sua testa che andò invece a conficcarsi nelle assi di legno del carro, dove si incastrò. L’elfo lottò per rimuovere la lama e la ragazza ne approfittò per strisciare sotto il carro e sbucare dall’altra parte. Si rialzò e si mise in posizione di difesa, un piede davanti all’altro, il peso del corpo ben bilanciato. Affrontò l’elfo che tornò alla carica. Armin parò il colpo che giunse dall'alto ponendo la lama orizzontalmente sopra la propria testa, poi ne deviò un altro laterale e l’ennesimo affondo; si limitò a difendersi, senza mai trovare uno spiraglio per attaccare. L’elfo era agile, inarrestabile, la impegnava costantemente senza darle respiro, intercettava i suoi lati sguarniti e là puntava, obbligandola a tenere sempre alta la guardia, a mettere la propria lama fra sé e l'avversario. Inavvertitamente, nello spostarsi Armin inciampò su qualcosa e cadde all’indietro, ma proprio mentre l’elfo la sovras, alzando la spada sopra la testa per finirla, lei tese l’arma e l’elfo teso in avanti, il torace esposto, vi finì infilzato. Il suo corpo scivolò al suolo trattenendo la spada della ragazza, che le venne strappata dalle mani. Armin rimase sdraiata a terra qualche istante. Ansimava e tremava allo stesso tempo. Fissò l'elfo che si teneva aggrappato alla lama che gli aveva perforato il pettorale e il corpo mentre combatteva per non morire. La ragazza si puntellò su un gomito per rialzarsi e fu allora che si ritrovò a fissare due orbite orrendamente vacue e biancastre, una bocca spalancata che rivelava i denti gialli incrostati di sangue. Si lasciò sfuggire un grido strozzato mentre si affrettava a mettersi in piedi e allontanarsi dalla testa mozzata, e solo allora il suo sguardo spaziò lentamente fino a posarsi sulle quattro figure che giacevano a pochi passi legate a dei pali, raggelate nella morte, decapitate e in putrefazione. Il sangue defluì dal suo viso e la ragazza si sentì improvvisamente debole, il corpo percorso da un sudore freddo che niente aveva a che fare con i suoi vestiti bagnati. Quella macabra visione si impresse nella sua mente, lasciandola disgustata e nauseata. Si coprì la bocca e il naso con una mano, distogliendo lo sguardo.

Gli erdemiani, convinti che si trovasse al sicuro, non fecero caso a lei fino a quando non la intravidero vicina ai corpi mutilati. Da quell’istante non fecero che combattere con lo sguardo rivolto in parte verso di lei e impegnandosi con tutto se stessi a farsi largo per raggiungerla e proteggerla. Quando Varsha si accorse che si era gettata nella mischia sentì il sangue salirgli alla testa: una rabbia incontenibile lo assalì, gli serrò lo stomaco, gli annebbiò la ragione. Parò gli svariati colpi che un elfo gli aveva destinato e alla fine fu tanta la forza che vi impresse che spezzò la lama di quest'ultimo per poi lacerargli la gola con furia dopo avergli ghermito il mento con la mano libera. Si stupì della propria collera e spese un secondo per controllare la ragazza, ma seppe di aver commesso un errore ancor prima che il colpo lo raggiungesse: forse fu l’istinto a salvarlo, o forse le sue orecchie percepirono in qualche modo il rumore della lama che fendeva l'aria. Il guerriero si spostò all’indietro e di lato. Avvertì una sferzata bruciante al lato del collo, subito seguita da un gran calore, ma l’adrenalina che aveva in corpo respinse il dolore come uno scudo e attutì qualsiasi altra sensazione fisica. Si girò di scatto e colpì l’elfo al volto con il pomolo della spada, poi mentre questo era piegato in due lo raggiunse ancora al mento con un pugno, stendendolo a terra. Prima che potesse riaversi gli trapassò il ventre con la spada con ogni briciolo di forza, inchiodandolo al suolo. Varsha si portò la mano al collo e quando la ritirò non si stupì di trovarla sporca del sangue che sentiva scivolargli lungo la pelle e colargli fin dentro i vestiti. Quella vista incrementò la sua ira. Recuperò la spada, alzò lo sguardo e si meravigliò della calma repentina calata sulla radura. Una decina di elfi si stava ritirando rapidamente in mezzo alla boscaglia. Lo scontro era terminato e loro avevano incredibilmente avuto la meglio anche se non erano passati immuni attraverso la battaglia: come lui, anche Nora e Stenn erano stati feriti, il primo ad una gamba e il secondo ad una mano.

Élian, gli altri erdemiani e gli uomini del villaggio che erano rimasti a spalleggiarli durante lo scontro iniziarono ad aggirarsi fra i corpi alla ricerca di eventuali sopravvissuti. Tutti erano esausti, ansimanti. Molti elfi erano ancora vivi, ma rantolavano fra gli ultimi spasmi di vita mentre venivano lasciati con indifferenza a dissanguarsi. Varsha serrò gli occhi, cancellò quella vista e lottò per calmarsi. Un fuoco gli ardeva dentro il petto, lo schiacciava; sentiva la mente annebbiata. Era stato ferito così stupidamente solo perché si era distratto per controllare la ragazza, un gesto che avrebbe potuto costargli caro. Era stato incredibilmente fortunato. Guardò Nora, al quale lo stregone stava controllando la ferita: la lacerazione non era profonda, ma andava medicata. Poco più in là vide Stenn che si stringeva la mano sinistra che sanguinava da un taglio lungo il palmo e immaginò che se lo fosse procurato nell’afferrare una lama. Anche gli uomini del villaggio che si erano uniti a loro ed erano ancora vivi erano pesti e doloranti; alcuni sanguinavano dalla bocca, altri mostravano ferite al volto. Le donne, richiamate per prestare soccorso, stavano accorrendo con bendaggi e acqua mentre altre organizzavano il trasporto dei feriti gravi all'interno delle abitazioni.

La mente di Varsha chiuse fuori la ragione. I compagni lo videro puntare con passo deciso verso Armin. Scavalcò i cadaveri degli elfi senza degnarli di uno sguardo. La ragazza sedeva a terra con la testa stretta fra le mani. La raggiunse e la afferrò per un braccio, trascinandola in piedi con incontenibile energia. Lei venne colta di sorpresa.

<<Ti avevo detto di restare al riparo!>> gridò a pochi centimetri dal suo viso.

Armin tentò di scrollarsi di dosso la sua stretta. <<Mi fai male…>> si lamentò. Vedendo che non aveva modo di liberarsi provò a spiegare. <<Jess era in difficoltà, ecco perché...>>. Venne interrotta bruscamente.

<<Non mi interessa sapere perché non sei rimasta dietro quel carro. Non lo hai fatto! Non hai obbedito!>> insistette lui.

Il suo tono di voce e il modo con cui la stava trattando indispettirono la ragazza, che con una spinta violenta riuscì ad allontanarlo finalmente da sé.

<<Non rivolgerti a me con quel tono>> gli intimò Armin.

Varsha si fece ancor più vicino a lei per provocarla; la sfrontatezza e l'aria di disapprovazione che aveva dipinte sul viso erano evidenti e non intendeva mascherarle in nessun modo. La ragazza si impose di non indietreggiare; restò ferma dov'era, rigida e orgogliosa, e gli permise di avvicinarsi a lei così tanto da sfiorarla, anche se ammise a se stessa che Varsha stava riuscendo a intimorirla. Nel guardarlo si accorse che sanguinava da un taglio a lato del collo e lungo il sopracciglio.

<<Ho combattuto come tutti voi>> puntualizzò ancora la ragazza.

<<Noi non ti abbiamo chiesto di combattere! Per una volta dovevi comportarti da donna e restare fuori da questo scontro, ma hai fatto come hai voluto tu, come fai sempre. Sei sparita senza darci il tempo di capire, come fai sempre!>>.

Gli erdemiani e alcuni degli uomini del villaggio rivolsero l’attenzione verso di loro, attirati dalla voce alterata di Varsha che fremeva dalla rabbia. Élian fece per muoversi, avvicinarsi ai due e intervenire in difesa della ragazza, ma Stenn intuì le sue intenzioni e lo intercettò con rapidità. Lo afferrò per un braccio.

<<Lasciali>> gli disse.

Lo stregone gli scoccò un’occhiata in tralice. <<Non ha il diritto di parlarle così…>> cercò di obiettare.

Stenn strinse le labbra. <<Invece ce l’ha>> lo contraddisse. <<Le nostre armi sono al servizio di quella ragazza, come le nostre vite, ma temo che ancora lei non abbia capito cosa significa>>.

Stranamente, Élian non replicò. Catturato dall'espressione dispiaciuta sul volto del veterano, fece un sospiro profondo e restò fermo ad assistere come gli altri alla discussione.

<<Da donna? È questo il problema? Pensavo che fosse una cosa superata…>> commentò Armin. <<Mi sono allontanata per non portare il nahìma da voi ed evitare che vi facesse del male>> sottolineò, stizzita. <<Qual è il problema?>> gli domandò quindi. <<Perché non capisco cosa ti irrita così tanto. Trovate sempre un motivo per aggredirmi, c’è sempre qualcosa di sbagliato in quello che faccio…>>.

<<Tu ci ignori, Armin!>> rispose Varsha con semplicità. <<Ti comporti come se stessi viaggiando da sola, come se stessi combattendo da sola, come se noi non fossimo qui con te! Non siamo noi a trattarti come una delle nostre donne! Sei tu la prima a tagliarci fuori>>.

La ragazza fissò Varsha, sbalordita dalle sue parole. Era così raro sentirlo parlare, ancor più sentirgli esprimere le proprie impressioni, i propri pensieri, che rimase del tutto spiazzata da quella sua esplosione. La vena sul lato sano del collo del guerriero era ingrossata e visibile, segno di una vivida irritazione; il suo viso era stravolto dalla rabbia, dall’incredulità, dalla delusione. L’uomo si passò una mano sul viso; teneva l’altra appoggiata sull’elsa della spada, come se quel contatto lo aiutasse a restare connesso al presente. Era come se esprimere i propri sentimenti fosse per lui fonte di estrema sofferenza.

<<Ci troviamo al tuo fianco perché abbiamo fatto un giuramento il giorno che siamo entrati a far parte di questo esercito, un giuramento che intendiamo onorare fino in fondo>>. La sua voce era suadente e graffiante allo stesso tempo, il suo volto solenne. <<Le nostre vite sono nelle tue mani. Ti seguiremmo ovunque, signora, ma questo tu non lo hai ancora capito. Devi facilitarci il compito, non ostacolarci. Devi guidarci, non disperderci. Incitarci, non scoraggiarci. Sacrificheremmo la nostra vita per proteggerti: non serve che tu ci metta alla prova su questo. Non serve che tu faccia di noi dei martiri, vittime della tua ricerca di sicurezza e d’identità!>>.

Stenn cominciò ad avere la sensazione che il compagno si stesse spingendo troppo oltre e decise che era il momento di fermarlo.

<<Adesso basta, Varsha>> gli gridò, richiamandolo. Riteneva che avesse già detto abbastanza, ma le sue parole non riuscirono a penetrare la cortina di rabbia che ottenebrava ogni ragionamento di Varsha, il quale proseguì senza sentirlo, senza remore, impietoso con lei come era stato nei confronti degli elfi.

<<Oppure è questo che vuoi? Dobbiamo sacrificarci per te?>> la incalzò adesso con una punta di cattiveria. <<È questo il prezzo che ci chiedi di pagare?>>

<<Varsha! Smettila!>> intimò ancora Stenn, ma non ottenne alcun effetto.

La rabbia di Varsha aveva raggiunto il limite. <<Non dobbiamo toglierti gli occhi di dosso e finire così ammazzati come è accaduto a Wernen, per permetterti di dimostrare che non hai bisogno di noi e di nessuno?>> esclamò.

Varsha seppe immediatamente di aver detto la cosa più sbagliata, ma ormai quelle parole erano uscite dalla sua bocca e non aveva più la possibilità di rimangiarsele. Lo schiaffo lo raggiunse in pieno viso del tutto inaspettato, con un’energia tale da riuscire a spingergli la testa di lato. Il guerriero lo incassò con fredda compostezza, come la giusta punizione per la propria sfrontatezza, ma non lo fece pentire di quanto aveva affermato. Armin rimase più sconvolta di lui dal proprio gesto. La sua mano si era mossa come conseguenza di un impulso istintivo che l’aveva fatta scattare e animato i suoi muscoli prima ancora di affiorare razionalmente nei suoi pensieri. Il palmo della mano le faceva male e non dovette guardarlo per sapere che era arrossato. Le sue guance avvamparono. Le lacrime le riempirono improvvisamente gli occhi: passò rapida accanto a Varsha con il volto chinato per nasconderle e si allontanò senza una parola. Lui non le andò dietro. Digrignò i denti e si massaggiò la guancia indolenzita là dove era stato colpito da lei: con la rabbia che si stava spegnendo e l’adrenalina che stava svanendo dal suo corpo la ferita al collo aveva preso a pulsare e gli bruciava tremendamente, continuando a sanguinare.

Mentre si allontanava nella boscaglia Armin avvertì lo sguardo degli erdemiani che la seguiva. Non lo ricambiò, tenendo invece gli occhi fissi davanti a sé chiedendosi quali espressioni avessero dipinte sul viso. Sbigottimento? Biasimo? Accusa?

Élian si affrettò a seguire la ragazza.

<<Credo che stavolta tu abbia esagerato>> osservò Stenn rivolto a Varsha.

Lui non rispose. Non diede nemmeno segno di averlo sentito. Premette la mano sul collo e si diresse verso uno degli abitanti del villaggio per chiedergli qualche straccio pulito con cui tamponare la ferita. Stenn sospettò che alla base della rabbia di Varsha ci fosse qualcosa di più che l’impulsività e la disobbedienza della ragazza. Gli andò dietro fino all’interno della casa dove era sparito con uno dei contadini. L’uomo gli riempì una bacinella con dell’acqua e gli lasciò qualche straccio, poi uscì. Varsha iniziò a pulire la ferita. Non c’erano lanterne accese e la stanza era immersa nella penombra. Una volta che i suoi occhi si furono abituati Stenn individuò il compagno chino sulla bacinella che era stata sistemata su un tavolo. Teneva un pezzo di stoffa pulito premuto sulla ferita e il sangue lo stava rapidamente inzuppando.

<<Cosa ti è preso?>> gli domandò a bassa voce. La sua non voleva essere un’inquisizione, soprattutto non intendeva irritarlo più di quanto già non fosse.

Varsha non si mosse. <<Niente>> rispose in tono asciutto.

<<Non mi sembra che quanto è successo poco fa sia niente>> osservò. La schiena gli faceva male e prese posto su una sedia per rilassare i muscoli tesi. Non possedeva più l’energia di una volta. Aveva avvolto la mano sinistra dentro delle bende improvvisate. <<Se avessi immaginato che ti saresti spinto così in là con lei non ti avrei permesso di continuare>>.

Varsha non replicò. Fissava come ipnotizzato l’acqua trasparente dentro cui colavano le gocce del suo sangue: studiò il modo in cui il loro colore rosso scuro si mescolava all’acqua, si dissolveva in essa gradualmente e poi perdeva di intensità fino a sbiadire in un rosa appena accennato. Aveva il cuore che batteva come impazzito. Sulla guancia percepiva ancora il contatto della mano di lei, veloce e forte, il formicolio del colpo ricevuto. Ma ciò che lo feriva maggiormente e non lo abbandonava era l’espressione di sofferenza che per un istante le aveva visto negli occhi, il tempo che le sue parole colpissero il segno: una sofferenza dietro cui si agitava quel senso di colpa soverchiante e violento che le parole pungenti dell'uomo avevano fatto riaffiorare come un cadavere putrido dalle acque profonde in cui era tenuto. Varsha venne assalito da una paura improvvisa: paura che qualcosa fra lui e la ragazza si fosse inevitabilmente spezzato, paura dell’abisso che aveva volutamente frapposto fra loro, paura soprattutto di non poter più essere in grado di mantenere quella promessa fatta anni prima al suo amico, Wernen, quella stessa promessa che lo stava schiacciando e della quale non sapeva più come liberarsi. Non voleva doversi occupare di lei; la sua coscienza glielo imponeva anche se il suo cuore si rifiutava. La sua vita era diventata la strada diritta e solitaria che aveva sempre cercato fino a quando quel ragazzo in punto di morte non lo aveva vincolato a badare a lei. Il peso di quella responsabilità lo soffocava e lui stava facendo di tutto per liberarsene, forse nel modo sbagliato.

Stenn si arrese al suo mutismo e smise di parlare, e per questo Varsha gli fu grato. Sentì solo la sua mano sulla nuca quando il compagno gli allungò una carezza paterna per rassicurarlo prima di uscire e lasciarlo solo.

Una goccia di sangue precipitò nell’acqua, che si tinse sempre più di carminio.