Libro 2. La congiura dei sàmina




Sinossi

Noi non stiamo combattendo nessuna battaglia... Lottiamo solo per sopravvivere in questa esistenza senza luce che per quelli come noi non è altro che un limbo fra due inferni”. Sono le parole che Cladyan confida a Armin nella squallida taverna dove si sono incontrati. Cladyan è un uomo che possiede il dono: è un sàmina, identità di cui porta il marchio a fuoco sulla pelle e nell'anima.

 

Sono trascorsi quattro anni da quando Armin ha fatto ritorno alla fortezza di Andòrax, le cui porte si sono riaperte per accogliere i sàmina che con il tempo sono usciti allo scoperto e vi hanno cercato rifugio. Invece di preoccuparsi del ruolo di cui il nahysmi l'ha investita, Armin vorrebbe trovare una soluzione per appianare il perenne contrasto che vivono le due identità opposte della magia: da un lato i sàmina, gli uomini in grado di esercitare senza controllo la magia dei quattro elementi naturali, e dall'altro gli stregoni, neutrali custodi dei suoi segreti e tanto naturale quanto obbligata trasformazione dei sàmina.

 

Nonostante il parere contrario di Élian, Armin lascia l'isola di Andòrax assieme a Varsha, che l'ha raggiunta con il compito di insediare un drappello di erdemiani in difesa della fortezza. La ragazza vuole convincere i sàmina che gli stregoni non rappresentano una minaccia; non solo, vuole proporre loro di convivere su Andòrax lasciando a ciascuno l'impossibile libertà di decidere se rinunciare al potere che possiedono. Ritornare su Alghend per Armin significa anche affrontare il passato e la verità mai svelata sui suoi genitori.

 

I regni di Efyle e Ihssa, che quattro anni prima hanno tradito Mizhar e Yliash aiutando e accogliendo gli erdemiani di Dehanne, sono visti sempre più come una minaccia da eliminare da parte di Shimon, il Sommo Cavaliere ossessionato dal desiderio di spazzare via  chiunque appoggi gli stregoni di Andòrax e la stessa Armin. Nel frattempo, per garantirsi la vittoria nella guerra ormai alle porte fra i cavalieri Darsow, re di Efyle, è disposto a comperare a caro prezzo, sacrificando il sangue del suo sangue, l'appoggio di un prezioso alleato del nord: i temuti e barbari Signori delle Montagne.

 

Circuiti da Shimon, i sàmina arrivano a organizzare una congiura contro gli stregoni. Lo stesso re di Mizhar nella sua pazzia architetta un piano che mette a rischio l'esistenza di Armin e il suo futuro assieme a Varsha...

 

Ma proprio nel futuro di un sàmina si cela un'insospettabile verità, mentre gli eserciti dei cavalieri si schierano per affrontare un conflitto che resterà nella storia di Alghend.


 Il mondo si basava sull'equilibrio. Instabile. Precario. Delicato quanto un fragile cristallo che poteva andare in pezzi in qualsiasi momento.

L'equilibrio si fondava sulla coesistenza di elementi contrapposti e complementari, necessari gli uni agli altri anche se in perenne antitesi.

Bene e male.

Luce ed ombra.

Vita e morte.

Nahìma e nayshmi.

Sàmina e stregoni.

Prologo

 

 Dai contorni nemmeno tanto definiti, pur essendo connotati da caratteristiche umanamente forgiate che li contenevano e li rendevano comprensibili alla mente questi elementi spesso finivano per fondersi e confondersi. In natura essi erano infatti un tutt’uno, neutrali, energia pura, ma il limite umano e mortale della mente insisteva nel tenerli separati, vivi in una perenne antitesi per potersi permettere di assumere una posizione nei loro confronti. Era stato seguendo questa logica che il gioco di ruoli della magia aveva generato dei mostri. Non che lo fossero veramente: si trattava solo di persone con capacità uniche derivanti da un legame esclusivo con l'energia del mondo, in loro più profondo e percepibile che negli altri.

 

I mostri erano stati chiamati sàmina.

 

Non erano stregoni, non ancora. Non risiedevano nella fortezza di Andòrax che sorgeva sull'isola omonima e che aveva ospitato per secoli generazioni di stregoni. Gli stregoni, nonostante il loro legame con la magia dai più considerato empio, erano persone con il dono che si erano liberamente vincolate al non utilizzo del potere sacrificandosi a una vita di pura conoscenza, alla neutralità assoluta che la natura richiedeva, l'abbandono della quale avrebbe portato con sé dolore e sofferenze fisiche e interiori inimmaginabili, punizione per la disobbedienza.

 

Lo stregone aveva da secoli rappresentato nell'immaginario collettivo di Alghend qualcuno che non aveva ceduto alla tentazione del potere, al desiderio di dominare gli altri, che si era auto imposto invece delle solidissime catene che lo immobilizzavano e lo rendevano fondamentalmente inoffensivo. Perché il vero problema non era mai stato quel legame speciale del sangue con la magia invisibile del mondo, ma l'utilizzo di quel legame, le azioni che essa veicolava e i gesti che minacciava.

 

Questa minaccia rappresentata dalla magia trovava nei sàmina la sua perfetta incarnazione – quindi in tutti coloro che non erano stregoni e che implicitamente rifiutavano il limite ristretto della neutralità e si ribellavano a quell’idea di ordine. Non erano rari i casi di sàmina che si erano redenti e avevano accettato il ruolo di custodi imparziali, ma la maggior parte di loro rimaneva tale per tutta la vita – breve o lunga che fosse. Chi riusciva nell'intento arduo di nascondere il proprio dono si salvava dall'essere marchiato con il ferro incandescente della S che lo avrebbe identificato per sempre agli occhi del mondo come pericoloso, malvagio, reietto. Imparare a dissimulare la propria natura e soffocare quello che era un istinto innato era la prima lezione che ogni sàmina doveva assimilare e implicava uno sforzo di volontà che il più delle volte il soggetto sottovalutava; la magia trovava infatti semplicemente un altro modo per manifestarsi, portando la persona anche sull'orlo della pazzia. Alla fine chi sopravviveva alla follia, al marchio e alle umiliazioni che la comunità imponeva – quasi come una meritata punizione per quella non umanità, che pur non era stata scelta – viveva ai margini della società, privato della possibilità di un lavoro onesto, di una vita serena e normale, spinto in sostanza a delinquere e sopravvivere di espedienti.

 

I sàmina erano diventati individui isolati, scostanti e solitari; difficilmente si riunivano in gruppo per sopravvivere. Non riponevano la loro fiducia in nessuno – né nei loro simili, né nelle persone normali – tranne che in quella vita in ombra che trascorrevano in perenne fuga, fuga dalle persone senza il dono, dal rischio del linciaggio, dalla prigione, ma soprattutto da se stessi. La non accettazione del dono, veicolata in primis dal comportamento comunemente diffuso in tutte le città e i paesi e da una mentalità strenuamente chiusa e pregiudizievole, aveva alla fine indotto i sàmina a vedere quel potere speciale come nient’altro che una condanna, una maledizione, un morbo appestante e quindi a odiare se stessi e di riflesso le persone considerate normali che potevano godere di quella vita che a loro era negata. Un comportamento autodistruttivo, questo, che in svariati casi portava i sàmina verso depravazioni devastanti e al suicidio come soluzione unica e definitiva liberazione.

 

Come Armin aveva avuto modo di comprendere sempre meglio durante il suo soggiorno ad Andòrax assieme a Élian, le persone con il dono, marchiate o meno da quella S di terrore, potevano trovare nella fortezza di Andòrax rifugio e protezione, ignare del destino che le attendeva nel momento in cui valutavano di abbracciare la neutralità. Così come la magia decideva in chi manifestarsi, era sempre la magia a compiere una selezione naturale fra i propri prescelti. La consacrazione a stregone implicava affrontare il dilemma di vivere o morire: così la natura coltivava il suo campo e secondo regole sconosciute coglieva il grano maturo separandolo dalla gramigna.

 

Nel corso della storia di Alghend persecuzioni cruente e spietate ai danni dei sàmina non erano mancate e si erano alternate a periodi più o meno pacifici durante i quali la convivenza fra chi era nato con il dono e chi non lo era aveva accennato a una seppur flebile parvenza di possibilità. Ignorandone l'origine e ogni altra cosa che lo riguardasse, la gente comune credeva in maniera riduttiva che il dono si trasmettesse per linea di sangue di padre in figlio come il colore degli occhi o dei capelli, come una malattia; quando ne aveva avuto l'occasione ed era stata appoggiata tanto dalla legalità quanto dalla religione aveva pertanto perpetrato barbare uccisioni, cacce all'uomo e torture di sàmina oltre ogni umana concettualizzazione.

 

In realtà nessuno, nemmeno gli stregoni stessi, sapeva come agiva la magia e come sceglieva le persone. Era un dono, appunto; qualcosa che accadeva e basta.

 

Molte volte il sangue aveva effettivamente giocato un ruolo non marginale nella trasmissione del legame magico, ma i casi di sàmina che concepivano figli tra di loro o con qualcuno che non avesse il dono si erano ridotti sempre più fino a scomparire. Nessuno desiderava avere a che fare con loro, men che meno avere rapporti fisici così intimi da rischiare di dare alla luce una progenie il cui destino sarebbe stato inevitabilmente segnato.

 

Alla fine, il dono era considerato solo una sciagura.

 


Estratto dal cap.4, "Dove il tempo scorre":

Giunsero in vista delle rovine nel crepuscolo spazzato dal vento fresco e salato che portava con sé l'odore tipico della sera. I contorni smangiati e irregolari delle pietre investite dal sole calante spiccavano sanguigni contro il blu profondo del cielo e il tappeto verde dalla scogliera su cui posavano. A destra, la costa precipitava a strapiombo fra le onde turbinose del mare fra cui le rocce sparivano, inghiottite dalla schiuma.

Armin non trattenne il brivido che la aggredì nell'intravedere la sagoma delle rovine di Volmek fra le quali quattro anni prima aveva quasi trovato la morte. I cavalieri cui Jess aveva voluto consegnarla in cambio della libertà per il fratello avevano condotto entrambi lì per giustiziarli; solo l'intervento tempestivo di Ranin, Nora e Geyal l'aveva salvata. Le venne spontaneo lanciare un'occhiata in direzione di Ranin, che cavalcava appena dietro di lei, alla sua sinistra; con suo stupore l'uomo intercettò il suo sguardo, quasi se lo fosse aspettato. Il suo viso attraente era tirato, ombroso, le sopracciglia contratte e ravvicinate da riflessioni penose. La ragazza immaginò che anche lui stesse tornando con la memoria proprio a quel giorno, quando la vita di lei era stata miracolosamente salvata a scapito di quella di Geyal. Quel passato le appariva ora quasi un’illusione, una visione della mente, il prezzo della propria salvezza troppo elevato.

La piccola fortezza di Volmek, solida e compatta, era stata per secoli un avamposto degli erdemiani grazie alla sua posizione favorevole a ridosso della scogliera: in linea d’aria si trovava di fronte alla fortezza di Andorax ed era appartenuta ai sovrani di Efyle quando ancora quel territorio rientrava fra i loro possedimenti. In seguito alle numerose lotte di potere che si erano avvicendate dopo la scomparsa di Erdem e del suo esercito, era stata prima conquistata dal confinante Regno di Mizhar, che aveva così acquisito il controllo di quella fetta di costa, e dopo rasa al suolo dagli stessi cavalieri, ridotta a un cumulo di macerie e mura distrutte e soffocate dai rampicanti. Gli erdemiani erano recentemente riusciti a riappropriarsi di Volmek, che era tornata ad essere un avamposto sotto l'autorità di Dehanne e Darsow da cui tenere d'occhio il confine con il vicino regno di Mizhar, e con esso Shimon.

Varcarono la soglia di Volmek sul finire del giorno, nel silenzio rispettoso e addolorato dei ricordi, accolti dal benvenuto delle ghirlande di edera verde e della vite americana variopinta e multicolore che decoravano le pietre con drappeggi porpora e oro. L'immenso arco dell'ingresso principale era ancora senza porta, la volta integra assieme alle pareti che la reggevano a destra e a sinistra; con le loro pietre scrostate e divorate dall’umidità, dalle intemperie e dall'abbandono, davano costantemente l'impressione di doversi sbriciolare da un momento all'altro, eppure resistevano tenacemente. L'interno aveva un aspetto meno cadente e trascurato persino nella luce morente del giorno. Il fuoco delle torce ardeva in numerosi, lunghi supporti di metallo infilzati nel terreno morbido che illuminavano di una soffusa luce gialla lo spazio del cortile. Le pareti dell'edificio, sia parzialmente integre che semi distrutte, ne delineavano il perimetro rettangolare, ampio e libero. Armin notò un pozzo nel cortile, della cui esistenza quattro anni prima non si era accorta. Alzando la testa adocchiò la passerella fatta di assi di legno, dall'aspetto precario, che correva sopra l'arco dell'ingresso e lungo metà delle mura ancora in piedi; le sagome degli erdemiani vi sembravano come sospese, nere contro la luce porpora e viola del tramonto. L’arco proseguiva in alto, in verticale, con un altro arco più grande che si sovrapponeva al primo, senza finestre, né imposte o inferriate, dalla volta leggermente a punta, a indicare la presenza di un ormai inesistente piano elevato. Frammenti di muri distrutti e incompleti erano stati ripristinati grazie a un lavoro meticoloso tuttora in corso, come le pareti interne all'edificio e il tetto sotto cui i cavalieri potevano finalmente trovare riparo. Il mastio in parte integro sorgeva da un lato, solitario, unico, fiero sopravvissuto.

Gli erdemiani si materializzarono dal nulla davanti a loro, prendendo forma dall'oscurità. In una mano reggevano delle torce, l'altra mano poggiava sull'elsa della spada, più per comodità che per allarme. Impettiti e formali, le loro espressioni si rilassarono appena li riconobbero. Armin avvertì i loro occhi posarsi su di lei, estranea, donna, in una domanda cautamente inespressa.

Varsha, Ranin e Neder smontarono da cavallo e la ragazza li imitò poco dopo. Uno degli erdemiani che si erano avvicinati li salutò con un cenno del capo.

<<Abbiamo visto la barca da qui>> osservò. <<Ci chiedevamo chi fosse a lasciare l'isola...>>. Il suo sguardo incuriosito si posò ancora su Armin, che gli indirizzò un sorriso.

Varsha si strofinò le mani, infreddolito, ansioso come gli altri di potersi scaldare vicino al fuoco.

<<Non credo che conosciate la signora di Andòrax>> la presentò, formale. Quindi aggiunse, un po' meno rigido: <<Lei è Armin>>.

Gli erdemiani squadrarono la ragazza con meraviglia e curiosità, affrettandosi a rivolgerle un inchino impacciato. Come chiunque su Andòrax, e specialmente fra le fila dell'esercito erdemiano, avevano sentito parlare molto di lei, ma non l'avevano mai incontrata; non erano cavalieri di Efyle, provenivano da Issha, la città di cavalieri situata a nord-est che si era unita a Darsow da pochi anni. Armin immaginò come doveva apparire al loro sguardo: una giovane donna dai focosi capelli ramati, ricci e indisciplinati, a stento trattenuti da fermagli, la pelle chiara e gli occhi sinistri e impenetrabili, il fisico sottile e allenato avvolto in abiti maschili e militareschi che nella concezione di quegli uomini sarebbero apparsi sconvenienti addosso a qualsiasi signora rispettabile, per non parlare dell'arma che le cingeva i fianchi. Permise loro di soffermarsi sulla propria persona senza imbarazzo; lasciò che ricongiungessero i pettegolezzi e le storie che avevano sentito raccontare con l'immagine reale che avevano di fronte. Li osservò a sua volta, reggendo il loro esame con contegno e fierezza: doveva riabituarsi a quegli sguardi, che l'avevano seguita fino ad Andòrax e l'avrebbero accompagnata durante tutta la sua permanenza su Alghend. L'avrebbero accompagnata sempre. Gli uomini indossavano l'armatura da cavalieri, senza elmo né guanti; esibivano spade a una mano infilate nei foderi ricamati ma non eccessivi; avevano volti giovani, ma non inesperti. La cosa che ancora una volta calamitò il suo sguardo fu lo stemma che risaltava sul pettorale d'acciaio e che loro ostentavano con semplicità, forse ignorando senza colpa il dolore e le battaglie di secoli che vi si celavano dietro: i segni, larghi quanto un dito e ben definiti, erano di un colore rosso carminio che ricordava quello del sangue e tracciavano in maniera netta l'identico simbolo stilizzato dell'unica ala che marchiava la pelle sotto la sua clavicola destra. Lo aveva visto per la prima volta sulle armature di Varsha e degli erdemiani che lo avevano accompagnato sull'isola pochi mesi dopo il suo arrivo, ma ogni volta la sua vista aveva il potere di inquietarla, di stupirla, persino. Era stata lei la prima a tracciare quel segno sui cadaveri degli elfi che aveva sterminato, usando il loro stesso sangue, in seguito alla morte di Wernen, e da allora gli erdemiani ne avevano fatto il loro marchio distintivo.

Il mondo, che fino a quell'istante era rimasto pietrificato, si mosse di nuovo. Gli erdemiani precedettero con le torce Ranin, Neder e Varsha mentre conducevano i cavalli dentro un riparo all'interno dell'edificio, ma Armin non se ne avvide. Restò da sola, impalata in mezzo al cortile. Si sforzò di penetrare con lo sguardo il buio circostante alla ricerca di qualche segno che le confermasse che quattro anni prima si era davvero trovata lì. Le ombre si animarono e le voci presero vita tutt'attorno a lei, tornarono ad abitare le stanze abbandonate e chiuse della sua memoria: erano così reali che la ragazza si sentì pervadere dalle stesse emozioni di allora, dallo stesso glaciale senso di panico. Le lunghe dita che le spuntavano dai guanti di lana tagliati si strinsero con forza attorno alle redini.

Quel momento la colse impreparata.

Fu come se il passato fosse ancora lì, appena al di là del velo del presente, con gli stessi odori, le stesse ombre, identiche emozioni – il freddo, la paura, il senso di ineluttabilità e di impotenza, il sangue. La lama del pugnale del religioso le incise ancora la pelle del polso, strappandole un sussulto di sorpresa e di dolore. Rimettere piede su Alghend dopo gli anni di immobilità trascorsi sull’isola la fece sentire estranea, come se il mondo fosse andato avanti senza aspettarla mentre la lasciava indietro, statica, immutata al pari di una statua di pietra, al pari delle pietre che componevano quelle rovine, corrosa dai sensi di colpa, dai pesi che le gravavano sulla coscienza e che riemersero. Primo fra questi il fantasma di Geyal, vicino a lei con il suo spirito tormentato. E allo stesso tempo, assieme ai macigni dei ricordi inalterabili Armin venne aggredita da un elettrizzante, euforico senso di ritrovata libertà, come se la catena che la univa allo stregone e al proprio ineluttabile destino si fosse spezzata semplicemente sbarcando su Alghend e le fosse stata offerta l’opportunità di vivere ancora. Di vivere lì, dove il tempo scorreva.

Sfiorò distrattamente con le dita dell'altra mano l’elsa della spada corta che la accompagnava: incontrò il freddo metallo, poi la ruvida pelle dell'impugnatura con le sue strisce regolari avvolte con cura attorno all’a base, seguì la curvatura del pomello giù, fin verso i bracci tesi e aperti a croce della guardia. Il suo spirito non accettava quell'arma, come nessun'altra. Le mancava il suo falcione, la spada tipica che usavano i sohlohst di Gwynnélas con la sua lama corta, spessa e pesante che era sempre stata in grado di infonderle sicurezza – una parte irrecuperabile di sé che era stata distrutta a Efyle nello scontro con il nahìma del fuoco, il metallo sciolto, quel che ne rimaneva perso chissà dove. Quell'arma aveva rappresentato il suo collegamento tangibile con l'essere sohlohst, con il suo passato, con la sua identità più vera: era svanito nel nulla in pochi secondi come la vita di Geyal, come le opportunità della sua vita. [...]